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Il mio no, in Senato, alla legge del governo sulla Rai

 

Ho lavorato in Rai per 35 anni. Ho conosciuto giornalisti, tecnici, impiegati che non guardavano l’orologio e facevano più di quanto non gli fosse richiesto. Non per la gloria, ma perchè convinti che il servizio pubblico ne valesse la pena. Ho conosciuto dirigenti che non erano diventati dirigenti per meriti di partito, e altri che si muovevano, sì, nelle spire della lottizzazione, ma mostravano di avere a cuore l’azienda e la missione che era chiamata ad assolvere.

Ho lavorato in Rai 35 anni e so che l’asservimento al governo è la peggiore lottizzazione. Che porta con sè lo spoil system e lo spoil system impedisce all’azienda di programmare, di aggiornare e di rilanciare la propria missione, e di mettere in opera le politiche industriali conseguenti. Conosco la Rai e so che la verticalizzazione governativista può coesistere con la consociazione, può lasciare all’opposizione più “disponibile” la scelta di un Presidente e il diritto di concertare le nomine dei direttori dei Tg. Così rendendo “perfetta” la presa dei partiti sull’azienda.

La legge che siamo chiamati a votare trasforma il Direttore Generale, già oggi scelto dal governo, in Amministratore Delegato e lo fa entrare a pieno titolo nel Consiglio di Amministrazione. Concede all’opposizione “responsabile” la scelta del Presidente. Lottizza il CdA, mantiene la Vigilanza. Oltre l’Agcomm naturalmente. Quanti uomini di governo e di partito sulla testa di ogni dirigente, di ogni professionista.

La Rai ha bisogno di una riforma vera. Nell’ultimo quarto di secolo si è adattata alla logica del duopolio, pubblico – privato, Rai – Mediaset. É cresciuta troppo – contando di essere garantita, in quanto gamba pubblica del duopolio, ha innovato poco, ha sottovalutato la forza innovatrice di Sky e ora la Rai è l’anello più debole nella catena dei network televisivi, quelli che rastrellano il grosso della pubblicità e si spartiscono gran parte dell’ascolto. Ma questa non è una riforma, non dà una missione, non indica una strada da battere, non suggerisce strategie industriali innovatrici, nè offre le necessarie coperture per un progetto di rilancio.

La legge voluta dal governo si limita a cambiare la governance. E poi neppure questo importa, visto che il ministro Padoan ha chiesto alla Vigilanza di rinnovare il vertice della Rai con la vecchia legge, con la Gasparri. Il vero cuore della legge sono le deleghe che essa concede al governo perchè faccia quello che il Parlamento rinuncia a fare. Il Governo incassa la delega ma si impegna a cooptare i partiti nella gestione dell’azienda. Governo e partiti.

È vero! Ieri una pattuglia di senatori del Pd, votando insieme alle opposizioni, ha bocciato,almeno, la delega sul canone. È vero, è stato persino accolto, come ordine del giorno, un testo a mia firma ma dedotto da un disegno di legge presentata, il y a longtemps, da Gentiloni, oggi fra i più collaboratori del Premier. È vero anche che il sottosegretario Giacomelli e il relatore hanno promesso moderazione, e ventilato la possibilità di migliorare la legge alla Camera.

Ma il mio vissuto, la mia esperienza, i ridordi più cari della Rai mi inducono a votare in dissenso, No alla legge.

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