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Soldi e Giustizia: si è persa la bussola

 

Chiunque nel recente passato abbia frequentato assiduamente la Suprema Corte di Cassazione, ha incontrato inevitabilmente il Consigliere Criscuolo fino a quando è stato chiamato a quella Corte Costituzionale della quale è attualmente Presidente. Nell’incontro toccato a chi scrive, durante il breve intervallo della salita in ascensore dal piano terra al quarto, riservato alle Sezioni civili, il Consigliere Criscuolo ha avuto modo di ammaestrarlo sulla necessità ineliminabile che la Giustizia sia in passivo. Perché non è un prodotto che si vende, ma un servizio che si rende ai cittadini.

Una considerazione che mostra come da sempre, nel Dr. Criscuolo, ci sia stata particolare e lodevole attenzione al rapporto tra economia e giustizia. E proprio ad un simile giurista è toccato in sorte di presiedere la Corte Costituzionale che, in rapida successione, ha affrontato e sta affrontando tre casi di legittimità di enorme impatto sulle finanze statali: lo stop all’adeguamento delle pensioni in base alla legge Fornero, stimato oltre 15 miliardi; l’aggio di Equitalia, stimato in 2,5 miliardi e lo sblocco dei contratti statali dal 2010 al 2015 stimato 35 miliardi.

Il primo caso è stato risolto con l’illegittimità costituzionale della norma in una Camera di consiglio riferita come “contrastata” e che ha creato non pochi problemi al governo Renzi e, soprattutto, al Ministro dell’economia Padoan anche nei suoi rapporti con l’Europa. Nell’esplodere della polemica, il Presidente Criscuolo ha fatto sapere che di un simile impatto finanziario l’Avvocatura dello Stato non aveva reso edotta la Corte. Approssimandosi la discussione sugli aggi di Equitalia, l’Avvocatura ha diffuso la notizia che la sua difesa, questa volta, aveva messo ben in luce le conseguenze della decisione sulle casse erariali e, guarda caso, la norma è risultata conforme a Costituzione.

Quanto alla terza questione, che non è neppure immediatamente dietro l’angolo e verrà discussa il 23 prossimo, già da molti giorni la stampa ne segnala le insostenibili ripercussioni sul bilancio dello Stato sicché nessuno, oggi, scommetterebbe per l’illegittimità della norma impugnata. Questo succedersi di eventi permette tuttavia il radicarsi della convinzione che la conformità o meno di una norma alla Costituzione dipenda dall’ammontare delle conseguenze finanziarie che la decisione comporterà. Con due corollari: in primo luogo, che il legislatore sarà tentato dall’adozione di provvedimenti tanto più incostituzionali quanto più vantaggiosi per il fisco perché più grosso sarà il buco e minore sarà la possibilità di dichiararlo incostituzionale; in secondo luogo, che l’ammontare dell’impatto finanziario dipenderà anche da quanto tempo impiegherà la stessa Corte Costituzionale a fissare l’udienza di discussione della causa.

In tutti i casi, però, è ormai evidente che la legittimità costituzionale è anch’essa finita ancella della Finanza, la nuova dea che da pochi decenni governa il mondo in modo volubile e capriccioso, ingiusto e maligno. Un caratteraccio imprevedibile proprio all’incontrario di quella pacata ma inflessibile signora prosperosa che da oltre duemila anni vagava lentamente per il mondo con una bilancia in mano e di cui si sente sempre più la mancanza.

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