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La sinistra si è suicidata, Renzi l’ha seppellita

 

Sbaglia, e commette anche una grave ingiustizia, chi si ostina a vedere in Renzi l’assassino della sinistra. Renzi, purtroppo, non è un usurpatore venuto dal nulla per modificare geneticamente un partito di sinistra desideroso di continuare ad essere tale bensì la punta di un grosso iceberg che affonda le radici in almeno vent’anni di errori imperdonabili.

La favoletta del cattivo capitato per caso, o peggio ancora per un uragano della storia, va bene se vogliamo prenderci in giro o continuare a giustificare gli errori del passato che ne hanno favorito l’ascesa, non se decidiamo, finalmente, di affrontare la realtà di petto e di compiere una disamina dei fatti che potrà dar fastidio a molti ma è l’unico modo per recuperare un minimo di credibilità di fronte al Paese.

La verità, infatti, è che prima di Renzi c’è stata l’infatuazione collettiva per Tony Blair, Gerhard Schröder e le ultra-fallimentari ricette della Terza via, capaci unicamente di preparare il terreno ideale per la destra liberista, la quale continua a vincere indisturbata sulle macerie di una sinistra inesistente o, nel caso tedesco, indegna di essere ancora considerata tale. Se l’SPD, tanto per dirne una, non trova di meglio che candidare il fautore del pareggio di bilancio in Costituzione, allora tanto vale sostenere direttamente la CDU di Angela Merkel che, oltretutto, su alcuni temi, si è dimostrata molto più credibile e, se vogliamo, di sinistra rispetto a una socialdemocrazia sbiadita e priva di senso.

Al tempo stesso, se in Italia la sedicente sinistra, per vent’anni, ha prima inseguito il blairismo e il clintonismo, con tutti gli abbagli terzaviisti del caso, per poi virare verso il “dialogo sulle riforme” con Berlusconi e, infine, verso il neo-liberismo feroce del duo Monti-Fornero, non ha il diritto di lamentarsi se nel 2013 milioni di ex elettori infuriati hanno scelto di darle un segnale, affidandosi a una scombiccherata compagnia di perfetti sconosciuti che, però, assicurava di essere contro tutto ciò che loro avevano votato e sostenuto per una vita o contro cui non avevano mai avuto il coraggio di opporsi seriamente.

Fatte salve le due brevi parentesi prodiane, le liberalizzazioni di Bersani e qualche spunto positivo dell’esperienza ulivista è, difatti, innegabile che soprattutto gli ex compagni siano clamorosamente mancati quando si è trattato di opporsi alle leggi bavaglio e vergogna di Berlusconi, che non abbiano mai saputo cogliere gli spunti di novità provenienti dalla piazza e dai movimenti e che abbiano guardato sempre con sdegno e imperdonabile superbia alle istanze della cosiddetta “società civile”, ossia alle rivendicazioni di una moltitudine crescente di cittadini che chiedeva un diverso modello di sviluppo, realmente equo, realmente sostenibile, in cui a prevalere fossero le regole di un’elementare convivenza civile e non la legge della giungla.

Senza contare i neanche troppo velati attacchi contro “l’Unità” di Colombo e Padellaro, rea di dire le cose come stavano realmente e di definire Berlusconi per quello che era, sfavorendo il mitico “dialogo” conclusosi sempre in una bolla di sapone; senza contare la mancata legge sul conflitto d’interessi; senza contare il cedimento finale durante l’esperienza montiana, quando la vecchia guardia del PD non ebbe la forza né il coraggio di opporsi al pateracchio della Fornero, le cui conseguenze hanno condotto di recente a una sacrosanta sentenza della Consulta che ha, finalmente, reso giustizia a milioni di pensionati che si erano visti ingiustamente bloccare l’indicizzazione del proprio assegno mensile.

E non è che sulla scuola Berlinguer o Fioroni abbiano particolarmente brillato, benché i disastri morattian-gelminiani passeranno alla storia ed entreranno nei manuali di come non si fa una riforma della Pubblica istruzione.

Ma davvero pensava, la vecchia dirigenza del PD, che chi ha assistito per quattro lustri a questo suicidio di massa, costante e ostentato come una ricetta salvifica per stare nella modernità, alla fine non sbottasse? Davvero non aveva capito che il messaggio dirompente di un comico, irruente e fastidioso quanto si vuole ma comunque credibile nel suo chiedere con forza onestà, legalità, pulizia e rinnovamento, non avrebbe fatto breccia nei cuori di coloro che volevano mandare tutti a casa per poter ricominciare scrivendo una pagina diversa?

Ora, sia chiaro che chi scrive non è esente da colpe: io stesso non avevo capito molte cose, io stesso avevo sostenuto erroneamente la prima fase del montismo, io stesso avevo attaccato con toni durissimi Grillo e il suo populismo francamente irricevibile, io stesso credevo che bastassero la saggezza di Bersani, la competenza di Letta, la profondità di pensiero della Bindi, la limpidezza di Vendola e un programma elettorale di un certo spessore per vincere quelle elezioni, ma la storia ci ha dato torto. E dalla storia bisogna sempre imparare, facendo tesoro degli errori commessi e cercando di evitare di commetterli nuovamente.

Ha ragione, purtroppo, Eugenio Scalfari quando parla su “la Repubblica” di “una sinistra che dà la prevalenza alla questione morale ed ha la vocazione minoritaria” e di “una destra che si mette il bene comune sotto i piedi e tutela l’interesse dei privati”, “con la conseguenza che un sistema bipolare diventa inesistente e il partito che spregiudicatamente ottiene la maggioranza si colloca al centro e riduce le ali a poltiglia”; così come ha ragione quando bacchetta, al pari di Umberto Eco, quella sinistra che “ha nel sangue il suo compito di opposizione per non mescolarsi con il potere corruttore”.

A mio modesto giudizio, anche i 5 Stelle rientrano in questa categoria: le basi del movimento, infatti, checché ne dicano, sono strettamente di sinistra, come si evince dalle candidature che emergono dal blog e dalle analisi e dalle riflessioni di alcuni loro esponenti di punta; peccato che commettano l’imperdonabile errore di continuare a considerare qualunque prospettiva di governo come il male assoluto, una tentazione corruttrice dalla quale tenersi alla larga, negando ad esempio a Bersani la possibilità di dar vita a un bel governo del cambiamento e a Letta di coinvolgerli in una sfida che avrebbe fatto loro un gran bene, consentendo alla parte più matura dei loro deputati e senatori di crescere e rappresentare, in futuro, una reale alternativa al fu PDL e al fu “PDmenoelle”.

Da una parte, dunque, avevamo e continuiamo ad avere una destra impresentabile, oggi divisa, sfrangiata e schiacciata su posizioni insostenibili che, se arrivassero nelle stanze del potere, ci farebbero perdere ogni credibilità agli occhi dei partner europei; dall’altra, abbiamo un ex partito, ormai trasformatosi nel comitato elettorale del leader che tutto prende e con tutti si allea (vedasi alla voce Puglia, Liguria e Campania), il quale si è votato una legge elettorale a propria immagine e somiglianza per diventare il dominus incontrastato della politica italiana, pur potendo contare su una percentuale di voti reali in costante decrescita.

Anche nel caso di Renzi, checché ne dicano lui e i suoi cantori, il programma si basa sulla sua persona e sul dirompente messaggio “tutti a casa”, cui il fiorentino non si è però vergognato di offrire una veste di governo e un’apparente prospettiva di stabilità.

E la sinistra? La sinistra, semplicemente, ha completato alla grande il suicidio. Da una parte, abbiamo gli ex compagni, un tempo berlingueriani e keynesiani e oggi tutti sostenitori della “Scuola di Chicago” e dell’indispensabilità di un trasversalismo trasformista che è la negazione stessa della politica; dall’altra, abbiamo delle rispettabili persone che continuano a comporre liste elettorali che si scindono anche quando superano la soglia di sbarramento, riescono ad apparire sempre e comunque litigiose e divise, non comprendono, a loro volta, la necessità di fornire agli elettori un orizzonte di governo e si affidano a leader in prestito quali Tsipras o Turrión, il cui obiettivo è, giustamente, quello di provare a risollevare i loro paesi dal baratro in cui li hanno sprofondati le politiche sbagliate imposte dalla Troika, non certo quello di fare da sponsor a una compagine italiana che di suo non è ancora riuscita a presentare un progetto politico credibile e radicalmente alternativo all’anti-politica di governo di Renzi e a quella di opposizione di Salvini e, in parte, di Grillo.

Oggettivamente, non è un bello spettacolo, specie per chi ha vent’anni, si riconosce in princìpi e valori di sinistra e non vorrebbe rassegnarsi a vivere in un Paese in cui a dominare è la campagna elettorale permanente di chi ha elevato la demagogia a propria cifra politica ed esistenziale.

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