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La prigione e i misteri su Moro

 

Ora un libro, legato a un’intervista del generale in pensione Nicolò Bozzo, parla ancora una volta di quella ferita che ha diviso in due la lunga storia della nostra repubblica e che ancora compare in troppi libri capaci di aggiungere troppo poco a quel che già sappiamo. Il libro che si intitola Processo alla trattativa (l’editore è Mauro Pagliai di Firenze) è stato scritto da un giornalista del l’ANSA di Firenze ed ha una prefazione dell’ex procuratore di Firenze, Giuseppe Quattrocchi.

L’interesse del libro e la ragione per cui ne parlo sta nel fatto che il libro fa parlare i magistrati delle tre procure che hanno ricostruito i cinquantacinque giorni di prigionia in cui l’uomo politico democristiano è stato prigioniero delle Brigate Rosse nella casa di via Montalcini a Roma. La procura di Firenze (a quanto risulta dal libro di cui parliamo), è convinta che tra Stato e mafia non vi sia stato qualcosa che possa definirsi effettivamente come una trattativa ma le procure di Palermo e Caltanissetta pensano, al contrario, che l’accordo tra i boss e organi o rappresentanti dello Stato a un certo punto ci sia stato e quelli di Caltanissetta legano i contatti Stato-mafia al seconda delle due grandi stragi di quel momento, l’omicidio di Paolo Borsellino e della scorta che lo seguiva in ogni momento.

Ma l’ex procuratore della repubblica di Palermo, Francesco Messineo, riconosce i contrasti tra i pubblici ministeri in quel momento. “Più volte-ha detto-in questa vicenda abbiamo constatato che procure diverse, che procedono parzialmente assieme sono poi  giunte a giudizi  finali diversi. Trovo quindi perfettamente legittima che la trattativa sul 41 bis non ebbe incidenza. Noi riteniamo il contrario”. Anche Quattrocchi, nella prefazione al libro, lo conferma: “Trattativa è un espediente lessicale che rinvia a diversificate letture di una storia di interlocuzioni  e di iniziative sulle quali è ragionevole e lecito elaborare riflessioni e possibili ricostruzioni.”  Nella sua intervista, l’ex generale Bozzo  che fu il braccio destro del generale Dalla Chiesa  afferma che “la prigione dello statista  l’avevamo scoperta prima che il sequestro di Moro avvenisse”. E l’ex generale ha ricordato che tre mesi prima del sequestro di Aldo Moro, all’epoca io ero colonnello, un mio ufficia le mi chiese di aiutarlo a cambiare sede. Domandai a Dalla Chiesa di trasferirlo ma non riuscii ad accontentarlo perché il generale suggerì al contrario di aspettare per vedere se potevamo ricavare qualche informazione. E di lì a poco venne fuori che gli amici di suo figlio gli avevano chiesto una mano: di fare un lavoro di muratura dentro un appartamento a Roma. Proprio in quello di via Montalcini.” Ma altro di nuovo l’ex generale non è in grado di aggiungere. E si limita ad aggiungere anche lui che è convinto che ci sia ancora molto da scoprire. E’ una persuasione che  trova anche noi d’accordo a distanza di più di trent’anni dall’accaduto e c’è ancora la speranza che la commissione di inchiesta reinsediata in questa diciassettesima legislatura possa finalmente dirci qualcosa di nuovo e di centrale in quella terribile  e per certi aspetti decisiva vicenda della nostra repubblica.

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