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Proteggere le persone non i confini

 
Il nostro aereo decolla mentre l’sos lanciato dal confine tra Grecia e Turchia ancora non ha trovato soluzione. Dieci ragazzi siriani sono bloccati su un isolotto, intorno il fiume Evros è gonfio e ha allagato i campi per centinaia di metri. Hanno il cellulare quasi scarico, da mangiare solo pochi datteri. Sono bloccati da quattro giorni, uno di loro è in ipotermia. L’sos corre sul web, sui social network. Raccolto e rilanciato da una attivista di Catania che si chiama Nawal.
Il nostro aereo sobbalza nei vuoti d’aria. Tutti i posti sono occupati, ognuno ha in tasca il suo passaporto e la sua carta di imbarco. In un’ora e mezza attraversiamo senza neanche accorgercene, almeno cinque, forse sei linee di confine, uguali a quella che ha intrappolato quei ragazzi che scappano dalla guerra senza visto e senza carta di imbarco.
Stiamo andando al parlamento europeo a rilanciare la proposta di legge che chiede di istituire il 3 ottobre giornata della memoria e della accoglienza. Portiamo con noi il film con i nomi di tutte le 368 vittime del naufragio di Lampedusa dell’ottobre 2013, girato da Dagmawi Yimer e finanziato da Open Society che per titolo ha lo slogan che il Comitato 3 ottobre ha scelto per il primo anniversario di quella strage, celebrato a Lampedusa assieme ai superstiti e ai familiari delle vittime: Protect people, not borders. Stiamo andando a chiedere che l’Europa si accorga finalmente delle migliaia di persone che vengono uccise dai confini di mare e di terra e che decida finalmente di proteggerle aprendo corridoi umanitari.
Quei ragazzi bloccati sul fiume Evros, hanno attraversato in un punto nascosto, lontano dai riflettori dei militari di Frontex e dalla rete di filo spinato lunga dodici chilometri costruita a protezione della fortezza europa, dove i migranti non si affacciano più da tempo. I cani sono addestrati a fermarli e le pattuglie viaggiano avanti e indietro su grosse jeep quando il fiume è basso. Ma adesso l’Evros arriva fino alla ferrovia dove ci sono le prime case di un piccolo paese che si chiama Orestiada. L’acqua ha invaso i campi coltivati, i pozzi, le postazioni militari e anche i campi minati chiusi in recinti piegati dal tempo, riconoscibili dai triangoli rossi con scritto “mines”. Il confine è il fiume che separa la Turchia dalla Grecia, ma adesso è deformato dalla piena e la frontiera si è perduta tra le cime degli alberi e la poca terra ancora emersa. Quei ragazzi hanno chiesto aiuto ai militari turchi che li hanno visti ma gli hanno gridato che non potevano fare nulla perché l’isolotto che, finora, li ha salvati è in Grecia. Al posto di polizia di Orestiada i greci dicono che non li trovano, che non sanno dove andare a cercarli. Rispondono scocciati al centralino sul quale arrivano decine di chiamate, spinte dalla mobilitazione on line. È successo altre volte che gli agenti abbiano raccolto cadaveri e sopravvissuti dai rami degli alberi sulla superficie dell’acqua, ma non è chiaro se questa sera le barche della polizia siano effettivamente partite a cercare quei siriani alla deriva in terraferma da quattro giorni.
Il nostro aereo atterra in orario. I passeggeri si mettono in fila ai varchi per il controllo dei documenti. È questione di poco e si passa oltre. Il solo fastidio è un agente che si infila guanti di lattice per frugare nello zaino alla ricerca di una minaccia che non c’è. Al varco dei paesi non europei la fila è un po’ più lunga, ma scorre, passaporto alla mano. Siamo partiti al tramonto ed è già buio. Il treno ci porta in città.
Due mesi fa sul fiume Evros hanno trovato una bambina. È uscita di corsa da un casotto abbandonato al rumore di un auto che passava li davanti. L’hanno vista e si sono fermati. Le hanno chiesto cosa facesse in quella zona sperduta tra il fango e la neve, ma non si sono capiti, parlava un’altra lingua. L’hanno presa in braccio e messa in macchina. I suoi vestiti erano asciutti e puliti. Nel casotto dal quale è uscita c’era un uomo sdraiato a terra. Addosso aveva vestiti fradici e accanto lo zainetto con il cambio bagnato della piccola, insieme ad un piccolo salvagente che le aveva fatto indossare prima di attraversare il fiume. È il padre della bambina. Ha camminato nel fiume per chissà quanto con la sua bimba sulle spalle. Ha trovato riparo nel casotto di un pozzo, le ha cambiato i vestiti bagnati e poi si è sdraiato. Era morto da un paio di giorni quando lo hanno trovato. La bimba gli è rimasta accanto finché è passata quella macchina. Si chiama Tala, siriana di Aleppo come suo padre. Quando l’hanno trovata aveva cinque anni, compiuti da pochi giorni, erano i primi di gennaio.
Il treno ci porta a Bruxelles in pochi minuti. È buio. Le luci della città ci ballano intorno. Domani giornata intensa di incontri per parlare di giornata della memoria, di confini e di protezione internazionale. Sul telefono squillano a raffica le notifiche dei messaggi. Al cellulare dei ragazzi siriani una voce metallica dice che quel numero non è raggiungibile, riprovare più tardi. Nawal gli ha dato un consiglio appena scesa la notte: accendete un fuoco e chiamate aiuto ad intervalli regolari. In caso passasse qualcuno sul confine deformato tra Grecia e Turchia e riuscisse a sentirvi.
E alla fine qualcuno è passato. Una barca della polizia di Orestiada.
Il fiume Evros è ancora gonfio, Sono saliti a bordo e hanno lasciato quel piccolo isolotto sul fiume Evros.

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