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Non una parola si dice sulle concentrazioni oligopoliste

 

Guardando le vicende ormai più che secolari della stampa italiana nella storia postunitaria, con particolare attenzione a quella quotidiana caratterizzata sempre da una maggiore attenzione alla lotta politica, si ha una curiosa sensazione: i lettori sono cresciuti negli ultimi quarant’anni e stanno ancora aumentando (ma in un settore particolare che è quello della stampa specializzata e di quella apertamente locale), il ruolo professionale dei giornalisti si è notevolmente precisato, rispetto all’immediato dopoguerra, ma non si può dire -mi sembra -che il “quarto potere”, inteso come autonomia e indipendenza della stampa dal potere politico ed economica, abbia consolidato la sua presenza nella società nazionale.

Ma, osservando quello che è successo al congresso dei giornalisti dell’aprile 1986, si ha di nuovo la sensazione che, accanto ai contrasti normali sulla concezione del mestiere o sulle rivendicazioni particolari da porre, le visioni corrano in corrispondenza stretta con le posizioni dei partiti politici ,di governo e di opposizione. Questo è legato alla difficile situazione del nostro Paese e nella difficoltà a superarne gli strascichi.

Paolo Murialdi, per tutti un maestro in questa professione,  in Problemi dell’informazione ha scritto: “Mi pare di dover constatare che, anche nei momenti di maggiore intraprendenza per l’autonomia professionale e dei media, sono sempre rilevanti gli accostamenti, i collegamenti o la simbiosi fra il sistema politico e il campo dei mezzi e i giornalisti. Oggi gli ideali della categoria rischiano di offuscarsi, se non di tramontare.” Sono ancora oggi d’accordo con lui e penso che viviamo in una situazione difficile e persino contraddittoria giacché alla formulazione iniziale larghissima della libertà di espressione e di informazione si contrappongono norme che sono ancora espressione di una società che ha ancora paura della libertà e cerca in tutti i modi di limitarla; in secondo luogo lacunoso perché in tutti i modi, giacché non si dice nulla sulla radio che pure è diventata dopo il 1945 un potente mezzo di informazione.

Insomma i primi segni del rapporto tra i mezzi di comunicazione e il sistema politico non sono incoraggianti: la classe politica al potere sembra preoccuparsi non tanto di assicurare il libero esercizio del diritto all’informazione-previsto tra l’altro dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo dell’ONU(1948) quanto di limitare in ogni modo l’effettiva libertà di stampa. Non una parola si dice nella costituzione e nelle leggi del secondo dopoguerra sulle concentrazioni oligopoliste che (a cominciare da quelle televisive) possono mettere i diritti dei singoli e della collettività all’informazione.  Siamo ancora fermi da quasi un trentennio al duopolio televisivo tra la Rai da una parte e Mediaset dall’altra a cui soltanto di recente si è aggiunta SKY e la crisi della stampa quotidiana e settimanale, intensificatasi tra la fine del secolo ventesimo e i primi anni del ventunesimo,ha contribuito a restringere gli spazi di libertà e a creare problemi sempre maggiori per gli italiani. Di chi sono le responsabilità di una situazione simile? Di sicuro dei partiti e della classe politica ma anche degli imprenditori di giornali e degli stessi giornalisti che hanno molto di frequente la sponsorizzazione politica necessaria per avere sussidi e facilitazioni economiche. “Ciò che è difficile, complesso, laborioso-ha scritto Andrea Garbarino in un numero monografico di Problemi dell’informazione -non si fa o si lascia a giornalisti-inchiestisti di professione.

Ciò che può aiutare a capire le radici vere di certi fenomeni, si tralascia  perché “annoia il lettore”: lo hanno sempre detto gli editori; hanno incominciato a dirlo alcuni direttori; ora sempre più spesso lo dicono i giornalisti. Persino l’ultimo praticante è assillato dal target, dai costi produttivi, dalla distribuzione che non va, dalla pubblicità  che cala nel giornale in cui non va.

Lentamente in questo new business il giornalista si è passato intorno un collare con relativo guinzaglio. Ma queste limitazioni all’asserita autonomia e all’autocontrollo sul proprio lavoro (caratteristico delle professioni tradizionali) non vengono più avvertite.” E’ una diagnosi quella del numero speciale di Problemi dell’informazione  ancora attuale ma di fronte alla crisi politica attuale, ai movimenti in corso sui canali televisivi ,che diventa più urgente e preoccupante. Non si aspettare più tanto e bisogna che le forze politiche di governo e di opposizione si preparino a far qualcosa per evitare che la libertà di informazione nel nostro Paese tenda a limitarsi ancora e troppo.       

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