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Le motociclette di Federico Fellini

 

Il Museo del Sidecar di Cingoli (Macerata) presenta in varie località italiane anche una mostra dedicata alle motociclette nel cinema e in particolare nei film di Fellini. Una vera ghiottoneria per chi è appassionato alla Settima Arte e ama scoprirne i segreti attraverso le moto d’epoca. L’argomento è stuzzicante.  Tempo fa fu ventilata l’intenzione da parte di Corpolò, un paesino nel Comune di Rimini, di erigere un monumento al personaggio di “Amarcord” che si fregiava del proprio nome come di un patronimico. Allo stesso modo di Leonardo da Vinci o Pietro da Cortona. Si  tratta del motociclista “Scureza di Corpolò ” il quale sulla sua strepitante due ruote, catafratto dentro il casco e gli occhialoni, si avventa con ardimentosa noncuranza sulle braci ardenti della ‘fogaraza’ come nelle strade cittadine trasformate in piste da bob durante il leggendario inverno del “nevone”. Fellini aveva escogitato la trovata fantastica di uno sconosciuto centauro che con i suoi rombanti passaggi ricuce tra loro le stagioni del “borgo”; e mi fece simpatia l’idea che il paese di origine dedicasse al suo motociclista un monumento sulla pubblica piazza. Sarebbe stata la prima volta, io credo, che veniva eretta una statua commemorativa al personaggio di un film, cioè a una creatura inventata e non ai meritori ma invariabilmente corrucciati padri della Patria, agli eroi di guerra, ai condottieri a cavallo.

Non troverei per nulla stravagante se “Scureza di Corpolò” tornasse ad abitare le sue contrade in effige, elevato alla gloria del marmo o del bronzo. Io stesso quando ero direttore della Fondazione Fellini suggerii al comune di Civita Bagnoregio di innalzare un monumento a Zampanò, in ricordo del film “La Strada” che in quelle terre della Tuscia era stato in parte girato. Associando nell’onore anche Ugo Trucca, il meccanico originario della splendida cittadina, il quale oltre a comparire come generico in una sequenza della pellicola, aveva anche costruito pezzo per pezzo, partendo da un residuato bellico di una Norton inglese assai malridotta, il motocarro che trasporta Gelsomina per monti e paesi.

Fellini da buon romagnolo, non si sottraeva al fascino della motocicletta, un mezzo che ricorre con una certa frequenza nella sua opera cinematografica; nella “La Strada” naturalmente, ma anche in “Roma”, e in “Amarcord”. Ai quali vanno aggiunti almeno tre titoli: “I Clown”, “La Città delle Donne”, e l’ultima fatica del regista, “La Voce della Luna”. In sottordine, non meno significativi,  “Le notti di Cabiria”, e “La dolce vita”.

Si dirà: che rapporto poteva esserci tra un artista come Fellini e il rombante cavallo d’acciaio? Apparentemente nessuno, essendo Federico intimamente alieno, per indole, a ogni inclinazione sportiva. Eppure, per quanto a qualcuno possa apparire inverosimile, ci fu una stagione in cui la motocicletta, sia pure di straforo, entrò a far parte delle sue giornate.

Agli inizi degli anni Ottanta il regista  era rimasto particolarmente impressionato dalle imprese  di un ispettore di polizia,  Nicola Longo, che ci aiutava a radunare le idee intorno a un progetto sulla malavita romana. Fu in quel periodo che Federico si risolse a salire più volte sulla sua moto. “Nicolino” passava a prenderlo con una potente Kawasaki 900 e lui fiducioso si arrampicava dietro, si faceva scarrozzare in giro per la città in un misto di timore e di euforia con cui sembrava  appagare pienamente la propria inesauribile curiosità. Non ancora motociclista, ma da sempre ‘visionario’, capace di percepire dimensioni prodigiose oltre la comune esperienza. Nicola Longo, visto dagli occhi dell’artista riminese, possedeva il torace di Nembo Kìd: “Prova a toccarlo”, m’invitava, “sembra d’acciaio”. Ed era così davvero, muscoli sottopelle, non gonfiati come si usa oggi col body building ma tesi come una lorica, lamine compatte, scudi da robot. Fellini che non possedeva nessun culto fisico, e grande e grosso com’era aveva proprio l’eleganza della fragilità, di chi non ha mai fatto un movimento di ginnastica in vita sua, provava un’ammirazione fanciullesca per questo amico poliziotto, se ne sentiva rassicurato. La sera, a fine giornata, si faceva riaccompagnare in via Margutta sul bolide borbottante, guidato con un filo di gas, senza impennate né accelerate rabbiose, lungo i tornanti del Muro Torto. Un imprevedibile Federico centauro che scendeva attraverso Villa Borghese fino a Piazza di Spagna e via del Babuino, sotto quel cielo chiaro di Roma che d’estate sfuma nel rosa e nel viola e non vuole mai arrendersi alla notte.

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