La strategia della resa

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La nostra Costituzione ha un unico grande difetto: è antifascista, in una fase storica nella quale il fascismo non solo è oggetto di una pericolosissima riabilitazione storica da parte di penne interessate e prone alla volontà dei poteri dominanti ma è proprio fra noi, sotto forma di decisioni, idee, scelte politiche e, ovviamente, sul piano dei condizionamenti cui è soggetto ogni singolo governo.

Cos’è, del resto, se non fascismo allo stato puro quello che sta attuando la Commissione europea nei confronti del governo di Atene? Un potere soverchiante e opprimente, basato sulla forza e sulla violenza, sta strangolando un’intera nazione e un popolo ormai ridotto in miseria senza che nessuno abbia il coraggio di pronunciare una sola sillaba in loro difesa. E che dire delle lobby che dominano ormai ovunque, al punto da aver soppiantato il ruolo stesso di governi e parlamenti, finendo col condizionare irrimediabilmente anche il comune sentire dell’opinione pubblica? E che dire dell’ondata di privatizzazioni che si è già abbattuta, e ancora molto si abbatterà, sui singoli stati e sugli asset strategici dei medesimi? È un fascismo diverso rispetto a quello del Duce, il quale conservava ancora una visione sociale e un’idea di giustizia, sebbene condizionata dall’asservimento della popolazione e dal soffocamento di ogni voce dissidente. Se vogliamo, è un fascismo ancor più malvagio e pervasivo, in quanto, oltre a soffocare ogni forma di dissenso, uccide di fatto la speranza stessa di una visione alternativa del mondo, negando la volontà dei cittadini, imponendo con la forza riforme anti-sociali, cacciando dal governo chiunque tenti di difendere, per quanto possibile, lo stato sociale, condannando all’irrisione, allo sberleffo e all’isolamento chi ancora prova ad opporsi e avanzando con una ferocia degna di miglior causa sulle rovine di sistemi democratici ormai compromessi, con le costituzioni sfregiate, i diritti dei lavoratori calpestati, la dignità delle persone piegata alle esigenze dei mercati e le sofferenze degli ultimi assoggettate all’andamento dello spread.

Questo è il tempo in cui ci è dato vivere, è bene saperlo: un’epoca spietata nella quale chi come noi ha deciso di non arrendersi è costretto a fronteggiare due forme di dittatura opposte ma complementari: da una parte, la barbarie nazista dei terroristi del Califfato, la cui tirannide si fonda sui princìpi che fecero la fortuna di Mussolini e Hitler, ossia repressione e asservimento in cambio di un briciolo di benessere sociale; dall’altra, la tirannide moderna di chi pretende un asservimento gentile in cambio di nessun benessere sociale, anzi della sottrazione dei pochi diritti e delle poche garanzie rimaste.

E l’Italia, in tutto questo? L’Italia può far poco o nulla: innanzitutto, perché sono ormai dieci anni, se non venti, che non ha più, nel complesso, una classe dirigente all’altezza; in secondo luogo, perché è ormai evidente che siamo un paese eterodiretto in cui chiunque provi a invertire un minimo la rotta (vedasi alla voce Prodi e Letta o Bersani col suo concetto di Italia Bene Comune) viene estromesso da Palazzo Chigi nell’arco di pochi mesi o, peggio ancora, abbattuto nel segreto dell’urna dai franchi tiratori; infine, perché abbiamo la triste impressione che questa forma di fascismo liberista viaggi ormai col pilota automatico, rientrando in uno schema più ampio del quale cominciamo a dubitare che i governanti che si succedono da anni abbiano ben chiara la portata.

Lo schema è vecchio di duemila anni: la sostituzione della democrazia, ossia del potere del popolo, con un’oligarchia finanziaria, ossia il potere di pochi, pochissimi gruppi di potere che decidono per tutti. Da qui il Fiscal Compact, da qui lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori, da qui le privatizzazioni a raffica cui stiamo assistendo da anni, da qui l’assalto alle pensioni (viste come l’ultimo baluardo dello stato sociale che fu, dunque da abbattere attraverso la diffusione di un mucchio di falsità e leggende metropolitane) e da qui, ovviamente, lo stravolgimento di costituzioni che, per citare la sempre informata JP Morgan, hanno la non piccola pecca di essere, come detto, antifasciste, quindi contrarie all’idea che il governo possa dettar legge al Parlamento fino a trasformarlo in un inutile orpello, contrarie allo schiacciamento di qualunque forma di minoranza e di dissenso, contrarie all’accentramento dei poteri, contrarie alla trasformazione della tivù pubblica in una sorta di agenzia di propaganda governativa, contrarie alla mercificazione degli esseri umani e favorevoli all’idea che il lavoro sia un diritto e non una concessione da chiedere in ginocchio, dopo aver accettato condizioni che susciterebbero riprovazione persino in Bangladesh.

Sbaglia, pertanto, chi crocifigge il povero Renzi, accusandolo di essere un novello Mussolini, un novello Hitler, un dittatorello da Stato libero di Bananas e simili: sbaglia e compie una valutazione profondamente ingiusta. Renzi altro non è che un figlio dei suoi tempi, capitato al governo in un’epoca in cui a decidere non è l’inquilino di Palazzo Chigi ma forze occulte e potentissime che nessuno ha eletto e che nessuno voterebbe mai, le quali, per il momento, preferiscono camuffarsi dietro una parvenza di democrazia, stando ben attente ad assicurarsi che non entri nella stanza dei bottoni nessuno che sia davvero disposto a opporsi al loro predominio o che se per caso vi è malauguratamente entrato, ne esca quanto prima.

Pur non avendo stima di Renzi, dunque, non crediamo in cuor nostro che sia davvero d’accordo con le riforme che il suo governo sta varando: solo i suddetti mostri possono essere favorevoli a questo disegno di impoverimento e massacro culturale, umano, politico, economico e sociale che stiamo subendo inerti. La vera colpa di Renzi è quella di essersi arreso: probabilmente, sia pur con i suoi metodi un po’ bulleschi, quando è arrivato a Palazzo Chigi spodestando Letta e sbaragliando tutta la vecchia guardia del suo partito, credeva veramente di poter cambiare le cose, di poter rendere l’Italia un paese moderno e migliore, di poter strappare milioni di giovani dalla precarietà e dall’assenza di certezze e di futuro; ribadiamo: pur non stimandolo, non siamo nessuno per mettere in dubbio la sua buona fede e non ce la sentiamo di sommergerlo di accuse francamente infamanti.

L’unica, vera accusa che ci sentiamo di muovergli è quella di essersi arreso, al pari di una minoranza che rimanda sempre la battaglia alla prossima occasione e intanto viene sconfitta su tutta la linea, “asfaltata”, “spianata”, sbaragliata, messa nell’angolo, umiliata e derisa, fino a smarrire ogni residua credibilità. Neanche in questo caso, tuttavia, è colpa loro: sono brave persone, politici onesti e perbene, personalità autenticamente di sinistra, solo che a loro volta sono figli e protagonisti di questo tempo e hanno ben chiaro che, in questa fase, o ti pieghi o sei fuori. Al prossimo giro, che a nostro giudizio arriverà poco dopo l’Italicum, a estrometterli dal Parlamento, e di conseguenza dalla scena politica, provvederà lo stesso Renzi, al quale di mediare e discutere è sempre importato assai poco, per non dire niente, ma questo ancora non l’hanno capito: lo capiranno presto, sulla propria pelle, quando non rimarrà loro che qualche grido e qualche protesta in piazza, scherniti dai renziani trionfanti e scansati da chi a sinistra non si fida più e li ritiene corresponsabili del disastro. Poi la storia li giudicherà e un giorno ci toccherà spiegare a figli e nipoti che, nel lontano 2015, la Costituzione, la democrazia e l’equilibrio fra i poteri venivano dopo l’unità di facciata di una “ditta” alla quale ormai credeva solo un gruppo di inesauribili romantici, incapaci di fare i conti con la realtà.


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