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La dittatura dell’uno per cento

 

Sarebbe il caso di smetterla di raccontare balle: la crisi non dura, ormai da circa otto anni, per via del destino cinico e baro, della malasorte e della mera incapacità dei singoli governi di fronteggiarla. Questi fattori influiscono, per carità, ma non quanto la deliberata volontà dei veri poteri, finanziari, imprenditoriali, bancari e delle multinazionali, che dominano il mondo.

Perché questi signori, come dimostrano tutte le stime internazionali, nella crisi non solo non si sono impoveriti ma, al contrario, si sono arricchiti in maniera esponenziale, alle spalle di centinaia di milioni di poveri cristi che ormai vivono sull’orlo della disperazione, non riuscendo – e non è retorica – nemmeno più a dare da mangiare alle proprie famiglie.

Le ottantacinque persone più ricche, stando alle stime fornite nel 2014 da Oxfam, possiedono un patrimonio pari a quello dei tre miliardi e mezzo di poveri che bussano alle nostre porte e sono pronti a tutto pur di fuggire dalla miseria in cui noi li abbiamo relegati, tra malattie, guerre, dittature sanguinarie, condizioni di non vita che non augureremmo nemmeno al peggiore dei nemici e, purtroppo, respingimenti in mare, sfruttamento, schiavizzazione e maltrattamenti di ogni sorta quando pure riescono ad approdare sulle nostre coste dopo viaggi che, a loro volta, non augureremmo nemmeno alla persona che detestiamo di più al mondo.

E cos’è questa se non una devastante tirannia del denaro e della ricchezza? Qual è, se non questo, il senso della condanna di papa Francesco nei confronti di un’economia sregolata che non solo affama ma uccide, distrugge, scatena guerre e se ne nutre, alimentando ad arte conflitti in ogni angolo del pianeta per consentire all’industria delle armi, la stessa che controlla metà del parlamento americano, di arricchirsi a dismisura? Di cosa dovremmo discutere se non di questo nel nostro asfittico, e spesso inutile, dibattito politico? Su cosa se non su questo dovrebbe confrontarsi una sinistra degna di questo nome, tentando di recuperare alla passione e alla partecipazione civile e politica quell’ampia parte di cittadinanza che nella crisi si è perduta e oggi non crede più in niente e in nessuno? Domande scontate, certo, ma non mi sembra che i mezzi d’informazione facciano a gara per porsele e per porle al centro del dibattito quotidiano del Paese; così come non si discute affatto, se non sporadicamente, della stretta connessione fra questi dati e quelli, drammatici, sul crollo dell’affluenza alle urne. Qualcuno, anzi, si è permesso persino di derubricare la questione a una faccenda secondaria perché l’unica cosa che conta, ai tempi della non politica degli slogan e degli spot, è vincere, e pazienza se in una regione come l’Emilia Romagna è andato a votare il 37 per cento degli aventi diritto, pazienza se così muore lentamente la democrazia, pazienza se così si perdono le conquiste imprescindibili ottenute col sangue della Resistenza e con la redazione delle costituzioni del dopoguerra! Pazienza, anche perché forse è proprio questo che vogliono i burattinai che tirano i fili nell’ombra, ben contenti di vedere una serie di simpatiche marionette che si agitano sul proscenio, spiegandoci a ogni piè sospinto che “non ci sono alternative”, che il lavoro va ricondotto sotto una legislazione ottocentesca altrimenti si compromette la ripresa, che la sovranità non appartiene al popolo ma a entità superiori che tutto decidono e tutto regolano, che “ce lo chiede l’Europa”, dove per Europa non si intende il sogno di Spinelli e degli altri padri fondatori ma la barbarie dei tecnocrati e dei nostalgici del Terzo Reich che la fanno da padroni in Germania, ancora alla ricerca di quello “spazio vitale” che oggi non si conquista più invadendo la Polonia o morendo per Danzica ma stringendo un cappio intorno al collo del governo di Atene e vanificando la decisione dei cittadini greci di ribellarsi ai dogmi del liberismo imperante per rivendicare un’altra idea di civiltà. E pazienza anche se “Europa” è una parola greca, pazienza se stiamo devastando ambiente, paesaggio, territorio, diritti, rapporti umani, coesione sociale, costituzioni; pazienza, tanto a chi decide davvero di tutto questo non importa nulla perché l’unico Dio che conta è quello che esce dalle rotative o risiede nei caveau di qualche banca svizzera o di qualche deposito occulto alle Cayman.

Pazienza per l’aumento inquietante del numero di suicidi, pazienza se molti imprenditori si sono tolti la vita impiccandosi nelle proprie aziende fallite, pazienza se ci stiamo giocando tutto in nome di idoli malvagi e ai quali non importa nulla del nostro futuro, pazienza se non abbiamo più dei governanti ma dei meri esecutori, pazienza se non abbiamo più una vera sinistra perché chiunque scriva queste cose non può e non deve governare, in quanto vorrebbe infrangere questo schema senza pietà e senza respiro, in cui a rimetterci sono tutti tranne quel maledetto uno per cento che ha elevato la “cultura dello scarto” nei confronti dei più deboli a dogma indiscutibile.

Pazienza se la povertà di cui parlo non è solo economica ma anche, e soprattutto, culturale, morale, civica, con le librerie che chiudono, i giornali che falliscono, l’economia della conoscenza che deperisce, il patrimonio artistico che va in rovina e l’ambiente che viene costantemente trivellato, soffocato da colate di cemento, dato alle fiamme e imbruttito per rispondere, ancora una volta, all’avidità di questi nuovi padroni del mondo per cui piante e animali, al massimo, vanno bene nei documentari naturalistici ma guai a voler difendere l’ecosistema dalla loro schifosa brama di ricchezza e dalle loro inesauribili mire espansionistiche.

E pazienza se l’Italia non fa affatto eccezione in tal senso; anzi, i nostri poveri, fra il 2008 e il 2013, stando ai dati forniti qualche tempo fa da “la Repubblica”, si sono ulteriormente impoveriti mentre i ricchi si sono ulteriormente arricchiti: forse qualcuno, dopo aver letto queste riflessioni, comincerà a riflettere sulla vera natura e, più che mai, sulle motivazioni del Jobs Act e delle altre presunte riforme che il governo Renzi spaccia per provvedimenti indispensabili alla ripartenza del Paese.

Infine, parlando di sicurezza, forse qualcuno si porrà la domanda su quali siano le vere cause dell’ascesa dei movimenti fascisti, nazisti, xenofobi e populisti che dilagano ovunque in Europa e sulle ragioni del loro crescente consenso. E magari, i più perspicaci si porranno anche il problema che là dove non arriva la Le Pen di turno, nei quartieri più poveri e disagiati, quelli degli immigrati esclusi e ghettizzati, non è poi così assurdo che arrivino i predicatori dell’odio jihadista, pronti a lucrare sulla voglia di riscatto di persone cui il nostro modello di riferimento ha provocato solo sofferenze, rifiuto sociale, discriminazioni e, talvolta, persino orribili atti di violenza. Le conseguenze le abbiamo viste a Madrid, a Londra, a Parigi e altre rischiamo di vederne altrove se non troviamo il coraggio di denunciare, noi per primi, che questo modello di sviluppo, oltre ad essere aberrante, è anche profondamente stupido.

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