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Obama e Bergoglio nel deserto dell’Europa

 

Un’Europa miope e stremata dalla crisi, un’Europa capace di fare la voce grossa con i deboli (vedasi alla voce Atene) ma non di invertire la rotta insostenibile che la sta conducendo nel baratro, un’Europa ostaggio dei Weidmann e degli Schäuble, della follia liberista che domina ormai da trent’anni e ci ha condotto al disastro: no, da solo non può farcela il povero leader greco, alle prese con l’ottusità di un’ortodossia spietata e senza vergogna che, dopo aver affamato un intero popolo, vuole punirlo per essersi permesso di scegliere democraticamente i propri rappresentanti ed essersi affidato a una classe dirigente intenzionata a riscattarne la dignità e a difenderne i diritti.

Quello di Atene, dunque, non è solo un governo ma un simbolo: un simbolo pericoloso e da soffocare nel peggiore dei modi prima che possa fare scuola e ispirare altri popoli, prima che qualcuno possa prendere esempio e affidarsi a Podemos in Spagna o fondare un partito simile in Italia e in Francia, prima che la rivolta pacifica dei cittadini inizi a sovvertire il dominio dei banchieri e dei burocrati per cui tutto è merce e gli esseri umani vengono dopo lo spread.
La BCE è stata chiara: o fate come diciamo noi o chiudiamo i rubinetti del credito e vi condanniamo al fallimento. E pazienza se le cosiddette “riforme strutturali” prevedono altre lacrime e altro sangue, peraltro versato sempre dagli stessi; pazienza se le privatizzazioni forsennate porteranno altra miseria nonché la svendita definitiva del patrimonio del Paese; pazienza se questo piano di colonizzazione e sottomissione dei greci rischia di di condurre al potere un partito neonazista che potrebbe, esso sì, fare scuola e ispirare le varie organizzazioni razziste e xenofobe che si aggirano ormai ovunque intorno al 25 per cento; pazienza, perché agli euroburocrati di tutto questo non importa nulla, come non si preoccupano minimamente per la possibile estinzione dell’euro, per il collasso dell’eurozona, per il ritorno a tante, inutili piccole patrie che, ovviamente, nel mondo globale, avranno sì la piena sovranità nazionale ma finiranno col non contare nulla al cospetto dei colossi economici emergenti. Pazienza: per gli ayatollah del rigore l’unica religione ammissibile è quella del massacro sociale e dell’assoggettamento dei popoli a dogmi economici strtafalliti e deleteri e non intendono tornare indietro.
Ciò che è interessante analizzare, a questo punto, sono le ricadute sul piano internazionale perché non è eludibile il dettaglio del sostegno di Obama al premier greco né le misure economiche, sociali e fiscali che egli sta tentando di varare nel Paese che fu la culla e oggi sembra, finalmente, essere la tomba del liberismo reaganiano.
Perché Obama l’ha detto chiaramente: non si può strangolare un popolo, non si può mostrare tanta disumanità e tanto cinismo, soprattutto se a bussare alla porta per concedere aiuti interessati è Vladimir Putin , il quale non si farebbe certo scrupoli a salvare Atene dal baratro in cambio di un appoggio di Tsipras al fronte russo, con il conseguente sfaldamento del blocco della NATO e dell’Unione Europea. Un appoggio con un retropensiero, certo, perché la mossa congiunta del duo Tsipras-Putin indebolirebbe non poco la strategia statunitense in merito alla questione ucraina e alla ridefinizione dei rapporti col Vecchio Continente: rapporti che non possono più essere improntati all’atlantismo di un tempo ma devono essere ricollocati nel contesto di un mondo multipolare in cui l’Occidente potrebbe avere, comunque, un ruolo di primo piano ma solo rinverdendo il suo spirito originario, le ragioni per cui abbiamo costituito l’ONU e la NATO, firmato il Trattato di Roma nel ’57 e dato vita a un’alleanza che si poneva come obiettivo non solo la facilitazione degli scambi commerciali ma, più che mai, la creazione di un’area di libertà, diritti, scambi culturali e di modelli politici che è stata il pilastro dello sviluppo mondiale negli ultimi settant’anni nonché l’architrave del clima di pace e stabilità nel quale sono prosperare almeno tre generazioni.
È l’auspicio di Obama e anche quello di papa Francesco, che più volte ha richiamato l’Occidente a farsi carico delle crisi mondiali, affrontandole non con la forza barbara delle armi bensì con la saggezza di un nuovo umanesimo, di una nuova socialità, del ritorno dell’uomo al centro delle trasformazioni repentine cui stiamo assistendo e della riaffermazione delle sue esigenze e dei suoi valori come fondamenti di un secolo che si vorrebbe imperniato sulla condivisione e sullo sviluppo armonico dell’umanità e non su ulteriori, atroci spargimenti di sangue.
La concretezza dell’uomo più potente del mondo, la lungimiranza di un pontefice venuto da lontano, le Americhe protagoniste e l’Europa sorda e assente, chiusa in se stessa, asserragliata in una fortezza di vuoto morale e politico e incapace di andare al di là di un orizzonte limitato e temporaneo: questa è la realtà che abbiamo di fronte e questa rischia di essere la nostra definitiva condanna all’irrilevanza sulla scena internazionale.
Atene come simbolo, quindi: da una parte, il riscatto e l’affermazione di una nuova moralità e di nuovi princìpi; dall’altra, il tracollo definitivo che, quasi sicuramente, finirebbe con l’inghiottire anche la stupida tracotanza di quanti oggi vorrebbero far pagare ai greci le colpe di un progetto nato per includere e aggregare i popoli e trasformatosi, invece, in una gabbia nella quale l’unica possibilità di salvezza è fuggire prima che sia troppo tardi.

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