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La sfida di Renzi a Mattarella. Caffè del 14

 

“Prova di forza sulle riforme”, Corriere della Sera. “Rissa in Parlamento – la Stampa – Tutti contro Renzi ma lui: vado avanti”. Per il Giornale, “Renzi fa il bullo ma resta solo”. E Repubblica a tutta pagina; “Un Aventino contro Renzi”. Dopo due notti in aula a votare (non un decreto in scadenza, ma una legge costituzionale), dopo insulti, aggressioni fisiche e risse indecenti, le opposizioni, diversissime tra loro, Forza Italia, SEL, Lega e M5S, hanno deciso, tutte, di abbandonare l’aula e di appellarsi al Capo dello Stato, il quale le riceverà a partire da martedì. In subbuglio anche il Pd, l’asse su cui si basa la forza del governo, il partito che si era appena ritrovato per eleggere il Presidente della Repubblica. Civati e Fassina hanno scelto di non votare, Cuperlo, D’Attorre, Bersani hanno chiesto che si riapra il confronto parlamentare.

Commenti. Claudio Tito, Repubblica, parla di “disagio” e di “allarme” nel vedere “un parlamento sostanzialmente dimezzato”. Antonio Polito, Corriere, di “sonno della ragione”. “E meno male – aggiunge ironico Geremicca, la Stampa – che l’arbitro aveva chiesto una mano ai giocatori”. Di chi, la colpa? Solo “dell’ostruzionismo che non mira a correggere in qualche punto la riforma, ma a insabbiarla? C’è del vero in questo argomento – scrive Folli – ma non si sfugge alla sensazione che sia mancata una regia lungimirante. Forse la Regia è mancata del tutto”.

“Non è stata una buona idea – aggiunge Polito – far lavorare il Parlamento di notte…Forse ha ragione chi dice che la Costituzione andrebbe riscritta alla luce del sole. Anche perché l’incursione notturna del premier è stata così tenebrosa che ora rischia di produrre effetti devastanti”. Giudizio durissimo. Quello di Folli, al netto del tono cortese e dialogante, non è tuttavia meno severo: nella “strategia renziana il referendum confermativo previsto dalla Costituzione si trasforma in un’arma politica. Le risse in Parlamento verranno cancellate dal ricorso al popolo. E sarà lui, il Presidente del Consiglio, in questo caso discepolo di De Gaulle, che ne ricaverà il dividendo”. Una strategia “plebiscitaria” che “in altri tempi avrebbe incontrato la feroce opposizione della sinistra cattolica e degli ex comunisti all’interno del Pd”.

Già, a parte Civati (a cui va la mia solidarietà per il fango che hanno cercato di gettargli addosso) e Fassina, la minoranza Pd non ha avuto il coraggio di fermare Renzi. È rimasta in aula, non ha saputo dire: “diversa da me l’opposizione, ma stavolta ha ragione”. Forse ha perso i riflessi, come un pugile suonato per le troppe sconfitte e la corresponsabilità che porta del corso attuale. Forse ha pagato il prezzo di aver scelto una linea “emendativa” senza il coraggio di contestare, con spirito fraterno ma con fermezza, l’impianto stesso delle riforme renziane. Qualcuno avrà pensato alle imminenti scadenze elettorali e alle candidature da concordare. Peccato! Certo io lo so che, come me, almeno Rosy Bindi e Cuperlo e Bersani puntano sulla mediazione del Quirinale, ma temo gli sia sfuggito come quella lanciata da Renzi sia stata anzitutto una sfida a Sergio Mattarella. Il loro silenzio ha indebilito l’arbitro che alla prima partita si trova a dirigire la partita della vita.

E Renzi? Spero che sappia far tesoro dei consigli che gli elargisce Antonio Polito. “La capacità del riformatore non si misura dal numero delle sedute notturne che è capace di imporre o per l’efficacia delle minacce di scioglimento con cui tiene a bada i parlamentari”. Serve un “nuovo asse politico per le riforme”. Altrimenti Renzi rischia “il fallimento del progetto sulla cui base ha preteso e ottenuto la guida del governo”.

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