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Longform journalism: una bolla destinata ad esplodere?

 

In tre anni il mercato giornalistico Usa ha visto nascere decine di testate dedicate al giornalismo narrativo. L’ ultima è una iniziativa dell’ ex direttrice del New York Times, Jill Abramson, e di Steven Brill, che promettono compensi fino a 100.000 dollari ad articolo. Ma alcune di queste testate stanno per chiudere e altre stentano a sopravvivere.

Un’ ampia ricostruzione sulla Columbia Journalism Review analizza l’ andamento del fenomeno, osservando come molte esperienze nascano più dal desiderio dei giornalisti di un loro spazio narrativo ampio che da una effettiva domanda dei lettori, mentre un modello economico che assicuri un buon rendimento non è stato ancora individuato.

Il giornalismo narrativo (longform journalism) è al centro negli Stati Uniti di un grande sviluppo. Dopo l’ annuncio (primi di novembre) da parte di Jill Abramson (ex direttrice del New York Times) e Steven Brill, fondatore di American Lawyer Magazine, della progettazione di una nuova testata longform (non ha ancora un nome ma dovrebbe ospitare un servizio per numero: reportage molto lunghi e approfonditi, con compensi fino a 80.000 euro ciascuno), qualche giorno fa è stato lanciato un nuovo sito (più ‘’modesto’’ ma sempre ispirato al giornalismo narrativo). Si tratta di Latterly Magazine, creato da Ben Wolford, un ex caporedattore del Bangkok Post in Tailandia, e da sua moglie, Christina Asencio: pubblicherà longform journalism con un taglio internazionale.

Diversamente da quanto hanno annunciato Abramson e Brill, Latterly non pagherà 100.000 dollari a servizio. Il budget – spiega By Chris Ip sulla Columbia Journalism Revew – è di 2.500 dollari a numero, che verranno raccolti fra i lettori. Le spese per il primo numero vengono dalle tasche del fondatore che ha però lanciato su Kickstarter una campagna di raccolta di fondi per i prossimi tre numeri.

Entrambe i progetti – al di là delle differenze di scala (anche se sembra che il costo dell’ abbonamento sia lo stesso, 3 dollari al mese) – puntano a spezzare il tabù di un giornalismo fatto con pezzi approfonditi, di diverse migliaia di parole, pagato dai lettori.

Sono solo i concorrenti più recenti, visto che il genere comincia ad essere sovraffollato. Nel corso degli ultimi sei anni, racconta la CJR, il giornalismo narrativo – nato dalla paura che la qualità del lavoro investigativo potesse essere erosa dalla gara delle testate per la conquista del traffico – è esploso tanto che il termine “longform” è diventato una parola alla moda. Nel peggiore dei casi, la feticizzazione della lunghezza di un articolo è “una scorciatoia per la rispettabilità”, ha scritto James Bennet, direttore di The Atlantic. Visto che sono cadute le barriere di ingresso a quello che un tempo era appannaggio dei giornalisti con una carriera di alto profilo, storie con diverse migliaia di parole ora appaiono sul web quotidianamente. Il mercato è invaso da produttori di giornalismo narrativo, anche se il modello che consente di avere successo non è stato ancora trovato.

“C’ è un sacco di longform oggi nel mondo”, dice Glenn Fleishman, direttore di The Magazine, progettato per contenere quattro servizi online ogni due settimane. Lanciato dal fondatore di Instapaper, Marco Arment, nel 2012, era la prima pubblicazione concepita specificamente per iPad. Questo mese pubblicherà il suo ultimo numero, dopo che i suoi abbonati sono scesi da 30.000 ai 7.000 di ora.

The Magazine non è stato comunque il solo ad avere vita difficile. Byliner, una delle prime testate a praticarlo, ha lottato, e il suo CEO e co-fondatore ha abbandonato prima che esso venisse venduto all’ editore digitale Vook questa estate. Anche la sezione libri di Atavist è destinata a chiudere a fine anno.

Altre startup del settore longform sono sopravvissute puntando su flussi ‘’creativi’’ di entrate: Deca, un collettivo di 10 giornalisti freelance, ha ridotto le entrate; Epic , che pubblica storie destinate ad attirare l’ attenzione degli Studios cinematografi e lavora quindi sulla cessione dei diritti, e The Atavist, che, , tra le altre fonti di reddito, vende l’ uso della sua piattaforma software.

Praticamente, spiega Michael Shapiro, professore alla Columbia Journalism School, tutte queste testate sono arrivate negli ultimi tre anni: ‘’il mercato è pieno e quindi alcune cose hanno successo ma altre falliscono’’.

Shapiro ha fondato una sua startup di longform journalism, The Big Roundtable, nel giugno del 2013. Offre articoli gratuiti e alla fine dei servizi chiede una donazione. Gli articoli di BRT raccolgono dai 100 ai 1.400 dollari, di cui il 90% vanno agli autori. Ma sperando di far guadagnare di più gli autori, Shapiro sta studiando una revisione del meccanismo.

In effetti, molte testate longform pagano poco i loro autori, come CJR aveva già rilevato. The Magazine di Fleishman paga in media sugli 800 dollari per un articolo di 1.500-2.500 parole, ha detto di recente alla PBS. Nel frattempo, il gran numero di testate longform che coprono questa nicchia rende difficile che si possa arrivare al successo. L’ elenco, oltre ad Atavist (storie multimediali, lanciata nel 2011), include Narratively (storie sociali locali, 2012), Compass Cultura (viaggi, agosto 2014) e Matter (in origine scienza e la tecnologia, ma ora generalista, 2012) .

Nella corsa a conquistare l’ attenzione dei lettori sono in competizione anche aggregatori di narrativa non-fiction come Longreads e Longform, testate come Eater (alimentazione) e Gothamist (blog cittadini), oltre a siti come BuzzFeed. Ad eccezione del progetto che stanno curando Abramson e Brill, la maggior parte di queste testate hanno grandi ambizioni ma piccoli budget, vanno solo online e hanno una redazione molto ‘’snella’’.

Il mercato può essere saturo, ma a volte la motivazione per alcune start-up sembra oggi venire fuori soprattutto dalla prospettiva di offrire un servizio a giornalisti che vogliono una casa per la loro produzione. La pagina di introduzione di Deca racconta che la loro ispirazione viene dall’ esperienza di cooperative di fotografi come quella di Magnum, che avevano deciso di ‘’mettersi in proprio, coprendo le vicende che ritenevano più importanti” In un articolo sulla CJR del 2011, il co-fondatore di Byliner, John Tayman, a proposito della genesi della pubblicazione aveva detto: “egoisticamente, come giornalista-scrittore, volevo qualcosa a metà strada fra riviste e libri’’. “Wolford, fondatore di Latterly, ha spiegato di aver lanciarlo dopo ‘’aver visto quello che altre pubblicazioni stavano facendo e averlo confrontato con quello che avrei voluto che fosse fatto’’.

“L’ impulso per tutto questo è stata la mia esperienza di giornalista freelance. Mi sono reso conto che se uno non ha una storia da vendere che sia in qualche modo collegata con gli avvenimenti del giorno, è davvero difficile ottenere l’ attenzione di qualcuno – ha aggiunto -. Ho pensato che ci sono un sacco di altri giornalisti che devono avere lo stesso problema.”

Un lavoro di ricostruzione in profondità accoppiato ad una narrazione dai toni emotivamente efficaci continuerà ad essere di vitale importanza, ma le pubblicazioni costruite per saziare il desiderio del giornalista di scrivere, in contrasto con il desiderio del lettore di imparare rischia di produrre dei progetto ambiziosi ma senza un pubblico chiaramente definito. “Se non è impostato per i lettori, allora non ha importanza – osserva Shapiro – Se non soddisfa i lettori allora non ha senso”.

Interessante come lo può essere ogni nuova impresa, lo spazio per il longform journalism è un’ arena satura, sia che si abbiano 100.000 dollari e più da investire sia che si abbiano un paio di centinaia di dollari raccolti su Kickstarter.
“Non mi sembra che siamo in grado di offrire qualcosa di unico in questo momento, e che il mercato abbia dato dei segnali”, ha detto Fleishman. “E a un certo punto tutto questo può crollare, potrebbe esserci l’ implosione della bolla del longform journalism: ce ne sarà molto di meno in giro e si farà spazio per qualcosa di nuovo.”

Da lsdi.it

 

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