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“Gone girl” – di David Fincher

 

Lui è come hai sempre sognato il tuo uomo, lei è come hai sempre sognato la tua donna. Loro si sposano, diventano la coppia più bella del creato, sono anche ricchi, amati, giovani, belli. Al quinto anniversario di matrimonio, lei scompare. Forse rapita, forse uccisa, forse fuggita. Lei è talmente famosa che scoppia il caso mediatico, prima in provincia poi in tutta la nazione. E mentre i media costruiscono storie false, noi cominciamo a vedere la storia vera. Velo dopo velo, scopriamo tutte le finzioni, quelle di lei, quelle di lui. Lei non era quella che voleva far credere, lui nemmeno. Un matrimonio basato su infingimenti, distrutto dai risentimenti. Un matrimonio come tanti.

Io ho amato David Fincher non dall’inizio. Ho trovato “Seven” una brutta e iper-estetica copia de “I soliti sospetti”, mi sono annoiata con “Fight Club”, ho giudicato intrigante “Seven” e ho adorato “The Game”, fuori dal comune “Benjamin Button” ed equilibrato “The Social Network”. Fincher è per molti un regista di culto sin dai suoi esordi. Del resto, è un vero perfezionista. Uno che ha iniziato la gavetta da proiezionista e che si è fatto le ossa – velocemente – facendo gli effetti speciali per George Lucas. E’ uno che del cinema sa tutto, ha il fiuto, conosce gli attori, il calore delle luci, il senso dell’inquadratura, l’incastro tra una battuta e la reazione dello spettatore.

In “Gone Girl-L’amore bugiardo” Fincher lavora principalmente sul piano della coppia e della rabbia che può scatenare in un uomo e in una donna scoprire che l’altro-altra non è come pensavamo che fosse, come ci ha fatto credere di essere. Hanno modi diversi di vendicarsi, i due. Un livello dello scontro dunque è tra maschio e femmina. Un altro livello è tra la coppia e la sua rappresentazione sociale. Poi c’è lo scontro tra dentro e fuori, tra chi vive la tragedia dentro la casa e il fuori dei media. E qui la battaglia si avvicina agli estremi, tra verità o possibile verità e finzione mediatica. E infine, la scelta. Cosa fare di tutto ciò che ora sappiamo e prima no, cosa facciamo di questo specchio senza quasi più veli? Lo rompiamo, lo ignoriamo o ci specchiamo ancora in esso, perché in fondo non sappiamo fare altro?

Non so se David Fincher (che del resto ha adattato un romanzo di Gyllian Flinn “L’amore bugiardo”) volesse mostrarci tutto questo. Fatto sta che io l’ho visto. Grazie anche alla sua regia, qui signorile e superba tanto da diventare perfettamente discreta. Una regia che non distoglie, non disturba, si pone gentilmente al servizio dell’opera.

Ben Affleck raggiunge il suo massimo e di Rosamund Pike da oggi ricorderemo correttamente il nome.
Un capolavoro. Imperdibile. Ovviamente in v.o.

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