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E se ridurre la disoccupazione non fosse permesso all’Italia?

 

E se ridurre la disoccupazione, senza contemporaneamente aumentare la precarietà e ridurre i salari, non fosse permesso all’Italia? Se, cioè, oltre ad essere molto difficile da realizzare, un obiettivo del genere fosse letteralmente vietato al nostro paese? E se, per giunta, in questi mesi che hanno preceduto l’approvazione della nostra manovra finanziaria da parte della Commissione Europea, ridurre la disoccupazione non fosse stato neppure conveniente per il governo di Matteo Renzi?

Sembrano tutte provocazioni, ma forse non lo sono. Non del tutto, almeno.
Come è noto, l’Italia ha da poco ottenuto il permesso di violare la norma del pareggio di bilancio: permesso che ha fatto sì che la manovra finanziaria potesse essere promossa. Se questo strappo alla regola ci è stato concesso, è perché si è riconosciuta la condizione di straordinaria difficoltà in cui versa la nostra economia: è stata accertata, dunque, la distanza tra il nostro PIL reale, piuttosto zoppicante, e il nostro cosiddetto PIL potenziale.

Ora, per calcolare questo PIL potenziale, si fa riferimento ad alcuni parametri, tra cui il tasso naturale di disoccupazione, conosciuto come NAIRU. Il NAIRU (acronimo di Non Accelerating Inflation Rate of Unemploement) è il tasso di disoccupazione minimo che un paese può raggiungere senza che al suo interno si generi inflazione. Per capirsi: se la disoccupazione è molto bassa, i salari tendono a salire, generando così un’accelerazione dell’aumento dei prezzi. Ecco, il NAIRU stabilirebbe il limite al di sotto del quale la disoccupazione non deve scendere, per non causare quest’accelerazione. Sembra assurdo, ma è così: secondo i parametri adottati dalla Commissione Europea, la disoccupazione, entro certi margini, è non soltanto tollerata, ma addirittura benedetta, ritenuta salutare.

E qual è questo margine, per l’Italia? Qual è, cioè, il NAIRU del nostri paese? Attualmente, si aggira tra il 10 e l’11%. Se l’Italia provasse a far calare la disoccupazione al di sotto di questa soglia, rischierebbe di essere rimproverata dagli osservatori di Junker perché ciò potrebbe innescare un processo inflazionistico.

Tutto questo ci porta a riflettere su alcune questioni.
Primo. Il fatto che la Commissione Europea abbia riconosciuto lo stato di salute particolarmente negativo della nostra economia, per l’Italia ha rappresentato, in fondo, un vantaggio. Ciò, come detto, ci ha permesso di non rispettare il vincolo del pareggio di bilancio. Sorge, dunque, un sospetto piuttosto tetro. Se io fossi stato in Matteo Renzi, in questi ultimi mesi, avrei forse avuto l’interesse che la disoccupazione italiana restasse molto alta: in tal modo, la distanza tra il tasso previsto dal NAIRU (10-11%), e quello reale registrato ad ottobre (13,2%, dati Istat), avrebbe contributo – come poi, di fatto, è successo – ad accertare le difficoltà straordinarie del mio paese, permettendo così al mio governo di vedersi concessa la possibilità di aggirare il pareggio di bilancio. Tesi troppo malevola? Può darsi.

Secondo. Tutta questa importanza data al NAIRU, che si basa semplicemente su dati empirici raccolti nel corso degli anni, rivela quale sia la concezione di economia dei burocrati di Bruxelles (Juncker non si arrabbi). Per tutti questi anni, sotto l’egemonia incontestabile della Germania, l’Europa è sembrata rincorrere immaginari obiettivi dettati da mere astrazioni teoriche, piuttosto che cercare di garantire un benessere reale ai suoi cittadini. Tra questi obiettivi, c’è stato quello di evitare l’innescarsi dell’inflazione, anche quando, per ottenere questo risultato, si è dovuto imporre misure di austerity semplicemente mostruose. La follia del NAIRU ne è una dimostrazione lampante: piuttosto che impostare politiche di sviluppo con lo scopo di aumentare il più possibile le opportunità di lavoro per gli europei, si è pensato – e si continua a pensare – a far sì che troppa occupazione non faccia innalzare i prezzi. Senza contare, tra l’altro, che lo stesso Krugman ha recentemente mostrato come sia del tutto infondato stabilire una consequenzialità diretta tra riduzione della disoccupazione (anche al di sotto della soglia del NAIRU) e aumento dell’inflazione.

Terzo. In tanti si sono chiesti quali idee abbiano spinto Matteo Renzi, leader del maggiore partito teoricamente progressista italiano, ad imporre con metodi vagamente incostituzionali una riforma del mercato del lavoro che sembra scritta da un fan sfegatato della Tatcher. Ma non sarà che questo benedetto Jobs Act non abbia altro obiettivo che provare, in maniera molto velleitaria, a ridurre la disoccupazione nell’unico modo in cui ci viene consentito, e cioè senza rischiare di produrre inflazione? E qual è, quest’unica soluzione? Banalmente, quella di rendere il mercato del lavoro ancora più flessibile. Svalutando il lavoro, infatti, si può ottenere un abbassamento della soglia di disoccupazione prevenendo il rischio teorico di accelerare la crescita dei prezzi. Si può pensare, dunque, anche di scendere al di sotto del NAIRU, compensando quell’ipotetico “surplus” di occupazione con una riduzione sensibile dei salari. Che è, guarda caso, proprio la situazione della Germania, unica potenza occidentale ad avere un tasso di disoccupazione nettamente al di sotto del suo NAIRU. Questo, dunque, è il modello a cui Renzi ha deciso di adeguarsi. E pazienza se ciò comporta una riduzione delle tutele sindacali.

Quarto, e ultimo. Perché nessun organo di stampa generalista parla del NAIRU, in Italia, cercando di indagare quanto e come parametri del genere influiscano sulle decisioni del nostro governo?

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