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Cento giorni per il futuro dell’Italia

 

Veniamo al sodo e guardiamo in faccia la realtà: la versione 2.0 del Patto del Nazareno – per usare le parole di Renzi – va bene a quasi tutti, dal PD a Forza Italia ai centristi, per una serie di amari motivi che adesso andiamo ad elencare.

Va bene al PD perché col premio di maggioranza garantito alla lista e non più alla coalizione che dovesse superare il 40 per cento dei consensi, lo schiacciasassi renziano potrebbe finalmente realizzare il vecchio sogno di tutti i cultori del governo forte, ossia far da solo, senza fastidiosi partitini che magari, col loro 3-4 per cento, accampano pretese irricevibili (diritti, tutele e garanzie dei lavoratori, maggiore equità sociale, rispetto del paesaggio e dell’ambiente, rispetto dei referendum sull’acqua pubblica: non scherziamo!) e con un Parlamento ridotto praticamente a un luogo di mera ratifica, dato che il pie’ veloce Matteo è riuscito a ottenere che siano reintrodotte le preferenze ma non per i capilista; il che significa che almeno cento parlamentari saranno dei super-fedelissimi, altri duecento eletti sui territori saranno fedeli e una quarantina, forse, si azzarderà ogni tanto a dissentire timidamente su qualche argomento, ovviamente senza dare troppo nell’occhio perché altrimenti, al giro successivo, non rivedrebbero Palazzo Montecitorio nemmeno col cannocchiale.

E va benissimo anche ad Alfano e Berlusconi: al primo perché, andando con Casini e quel che resta di Scelta Civica, con una soglia di sbarramento al 3, massimo al 4 per cento, portare in Parlamento un pugno di fedelissimi diverrebbe un obiettivo più che raggiungibile; al secondo perché, con i capilista bloccati, potrebbe portare in Parlamento solo i propri fedelissimi, col preciso compito di condurre un’opposizione simile all’attuale, cioè pressoché nulla, visto che Renzi sta riuscendo nell’impresa di approvare e far digerire all’opinione pubblica e anche a una parte della stampa dei provvedimenti che, se li avesse presentati l’ex Cavaliere, avrebbero visto una levata di scudi da parte di molte penne che oggi, invece, stranamente tacciono o preferiscono parlar d’altro.

Senza dimenticare il Movimento 5 Stelle, dove, a nostro giudizio, configgono due linee destinate, prima o poi, a scontrarsi pubblicamente: da una parte gli idealisti, quelli che davvero sono entrati in Parlamento per provare a cambiare il sistema e ci credono sul serio, quelli che si oppongono alle leggi sbagliate di questo governo con convinzione e coraggio, rischiando in prima persona e assumendosi responsabilità incredibili; dall’altra, un’ala fortunatamente minoritaria, ma tutt’altro che ininfluente, di soggetti cui in fondo l’idea di veder nominati in Parlamento solo i fedeli alla linea di Grillo e del Guru, tagliando fuori i dissidenti e coloro che si sforzano di mantenere un pensiero e una linea politica autonoma, non dispiace affatto. Alla Lega, forte di consensi in crescita e di una direzione di marcia chiara e ormai affermatasi da Nord a Sud, della legge elettorale importa poco o nulla: sanno che saranno all’opposizione e si preparano ad esercitare il ruolo con la massima veemenza e il massimo fragore possibile.

Diverso il discorso per SEL e Fratelli d’Italia, certamente soddisfatti per una soglia di sbarramento che consente loro di rientrare in Parlamento ma sinceramente arrabbiati per la riproposizione, di fatto, di un emiciclo di semi-nominati, la cui autonomia dai leader dei rispettivi partiti sarà prossima allo zero.

Ma c’è un ma grosso come l’Aula di Montecitorio: si dà il caso, infatti, che l’Italicum 2.0 sia stato pensato e concordato solo per la Camera: e il Senato? Dice Renzi: qual è il problema, governiamo fino al 2018 e portiamo a termine il percorso delle riforme inaugurato quest’estate! Voi gli credete? Noi vorremmo ma, conoscendo il personaggio, ci riesce difficile immaginare che, dopo essersi approvato una legge elettorale ad hoc, si privi del sottile piacere di “spianare” la minoranza interna per continuare a battagliare e a subire i dissensi parlamentari dei Civati, dei Fassina e dei D’Attorre. L’ipotesi più probabile, pertanto, è che, una volta varata la legge elettorale, il Jobs Act e la Legge di Stabilità, il pie’ veloce Matteo dichiari esaurita la legislatura e ci conduca al voto a marzo, accorpando le Politiche alle Regionali, così da fare l’en plein ponendo la propria popolarità a fianco di tutti i candidati locali.
Già, ma questo benedetto Senato? A Palazzo Madama, stando così le cose, il nostro eroe potrebbe non avere la maggioranza: poco male, in quel caso le larghe intese con NCD, UDC e Scelta Civica diventerebbero strutturali e passerebbe la paura, magari potendo contare su un appoggio esterno di fatto da parte di Forza Italia e su un’opposizione dura ma isolata ad opera di SEL, Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle.

In poche parole, rinascerebbe la Balena bianca, con la piccola ma non secondaria differenza che la DC avrà pure avuto mille difetti ma, quanto meno, era un partito serio, dotato di un’ideologia, di una visione del mondo, di una precisa collocazione in Europa e di una classe dirigente di tutto rispetto; qui, al contrario, abbiamo a che fare con un caravanserraglio tenuto insieme unicamente dalla passione per il potere e dal desiderio di respingere con forza l’assalto dei “barbari” che urlano alle porte, siano essi i grillini in Parlamento, i sindacati in piazza o gli operai di Terni disperati per la probabile perdita del posto di lavoro.

Un’operazione di palazzo, né più e né meno, molto simile a quella che ha condotto Renzi alla guida dell’esecutivo in seguito alla Direzione del PD che defenestrò Letta. Cento giorni per compierla e, se dovesse andare a buon fine, un futuro radioso per tutti i suoi protagonisti. C’è un piccolo particolare cui i nuovi timonieri della politica italiana non hanno prestato la dovuta attenzione: a dispetto degli scandali che stanno travolgendo Juncker, all’Europa il cambiamento di verso renziano non piace affatto, così come non apprezzano una Legge di Stabilità dalle coperture tuttora incognite e ci fanno notare, ormai neanche troppo velatamente, che i nostri dati economici restano pessimi e tendono, anzi, ad aggravarsi ulteriormente. E ce n’è un altro che, invece, ci concede un minimo di speranza: con una soglia di sbarramento al 3 per cento, la minoranza del PD, SEL, i dissidenti grillini espulsi dal movimento e una discreta fetta della società civile potrebbero pensare di dar vita a un vero partito di sinistra, in grado di offrire un’alternativa concreta e credibile a quanti si oppongono al pensiero unico e non si rassegnano a considerare diritti, tutele, dignità e garanzie dei lavoratori cimeli da museo. Dio solo sa quanto ne avremmo bisogno!

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