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“Il suono della voce” di Nevio Casadio

 
E’ uscito il nuovo disco di Tosca, “Il Suono della voce”.

http://www.sonymusic.it/it/news/esce-oggi-il-suono-della-voce-il-nuovo-album-di-tosca

Un disco molto bello di world music, ma al tempo stesso è una sorta di inno all’accoglienza.
Il libretto inserito nel cd propone una presentazione di Nevio Casadio che Articolo21 vi propone di seguito.

“Tutta la notte la chitarra tuonò, laggiù, in testa. Nei paesi, si entra attraverso la musica, è come assaggiare il sangue”, affermava lo Zio, protagonista folle e innocente di un romanzo di qualche tempo fa, Mammiferi, del visionario scrittore francese Pierre Mérot.

Già, nell’anima dei paesi si entra attraverso la musica, il canto e i suoni. E Tosca, cantante romana, ha immerso le mani e la mente nelle radici del mondo, per interpretare poi il suono delle voce. Ha dissotterrato suoni e voci, musiche e canti, seguendo la strada dei rabdomanti di un tempo. Inconsapevolmente si è affidata alla rabdomanzia, l’antica pratica divinatoria che prevede l’individuazione di acqua nascosta sotto la terra. Tosca non ha usato bacchette biforcute, strumenti arcaici e di legno, amplificatori del movimento del corpo generato da ipotetiche radiazioni emesse dall’acqua nascosta, per portarla alla bocca. No, Tosca, rabdomante, si è mossa alla ricerca di canti, nenie e suoni di musiche e voci. Ha fatto vibrare la propria anima, volgendo lo sguardo oltre le finestre delle case, nelle periferie dei nostri paesi e città. Verso sera, in quelle finestre si accendono le luci e Tosca si è chiesta chi abbia acceso in quell’istante la luce. Luci fioche, serali, che danno luce a storie di persone del posto o qui giunte da ogni parte del mondo, alla ricerca di vita, sogni e speranze. E ha raccolto quei suoni, di storie e di vita, passioni, drammi e sorrisi, nascosti oltre le finestre delle case appena illuminate da una luce fioca, interpretandoli nella comunione dei sensi.

I suoni del mondo, di tradizione etnica, musiche d’arte, musiche migranti e delocalizzate, oppure musiche urbane, rappresentano un aspetto intimo e profondo di un immediato impatto comunicativo col quale, regioni e culture un tempo considerate lontane o esotiche, sono ormai una realtà contigua, che interagisce con la nostra esistenza quotidiana e collettiva, in un quadro dove fenomeni interculturali e processi di globalizzazione, formano un groviglio inestricabile di difficile interpretazione.

Queste musiche, nuove e antiche insieme, sono testimonianze emozionanti, poetiche e profonde di identità culturali che costituiscono il patrimonio prezioso dell’umanità. Identità che si trasformano, resistono, si re-inventano individuando nella musica,con la sua ineguagliabile vocazione mediatica,  l’aspetto autenticamente comunicativo, rappresentativo e spettacolare per eccellenza.

Per cogliere la straordinaria ricchezza di queste realtà musicali polimorfe, Tosca ha dissotterrato quei suoni in una fusione di interpretazioni nelle quali racconta, con la voce dell’anima, storie diverse, dall’intramontabile fascino esotico e del viaggio in cui si unisce una bruciante e talvolta drammatica attualità, restituendo l’impatto, il pugno nello stomaco di questi processi così contrastanti, ibridi e spesso conflittuali nel loro muoversi, fra tradizioni ancestrali, spinte innovative, tendenze giovanili, strategie commerciali e il bisogno di conoscenze di mondi e culture diversi, per accomunarli al mondo di ognuno di noi, nella speranza di eliminare i confini.

“Nei paesi, si entra attraverso la musica, è come assaggiare il sangue..”. Suoni e canti, i quali, – attraverso un’espressione dalle infinite e controverse sfumature di significato – vengono definiti world music. In ogni caso rappresentano la testimonianza forse più emozionante, poetica e profonda di un insieme di trasformazioni le cui coordinate ci sfuggono ampiamente, eppure a portata di mano. Raccontano la vita di popolazioni, attraverso suoni partoriti nell’anima. E in questo cammino Tosca si è inoltrata.

Tiziana Donati, per tutti noi soltanto Tosca, cantante romana oltre i confini, ha coltivato forse fin dalla tenera età, l’esigenza di raccontare questi mondi immergendosi in essi.
Ha compreso da tempo che in tutto il mondo la musica è un sismografo incredibilmente sensibile ed eloquente dei mutamenti culturali e sociali. E che gli approcci nei confronti di questo universo possono essere molto divergenti e diversi.

Da secoli l’arte, la letteratura, la spettacolarità, hanno fatto dell’esotismo un’arma di seduzione pressoché infallibile. Ed è qui che si innesta la sfida più avvincente e innovativa: fotografare e raccontare queste realtà senza scivolare nello stereotipo folkloristico o nel gusto oleografico del colore locale, bensì documentare identità ed esperienze musicali scelte con cura, in ragione del loro valore e della loro originalità.

Tosca non si è affidata al diario di viaggio oppure al reportage musicale e canoro legato ad un vecchio cliché, parziale e fuorviante oltre che neo-colonialista, destinato a scivolare nel gusto oleografico della couleur locale e degli stereotipi di facile consumo. Ha scelto invece la strada maestra, la strada della dignità, raccogliendo e cantando i brani de Il suono della voce, non tanto quale interprete di canti e suoni di popolazioni distanti, ma in veste autentica, senza mediazione alcuna, di figlia, sorella, amante di ciascun individuo appartenente ad un popolo al quale ogni volta, di fatto, si è unita.

Sono fermamente convinto che Tosca abbia felicemente raccolto e restituito la straordinaria ricchezza di queste realtà polimorfe diffuse sulle diverse facce del pianeta. Riuscendo a interpretare – mettendo a nudo la propria anima – l’insieme di tematiche che all’intramontabile fascino dell’esotico e del viaggio, uniscono una bruciante e drammatica attualità. Ha schivato i tanti luoghi comuni legati al folklore e all’esotico, restituendoci invece – ripeto – il pugno nello stomaco, e gli infiniti candori, ingenuità e bellezze di questi processi dai connotati così contrastanti, ibridi e spesso conflittuali nel loro evolversi incessante costituito da emigrazioni, conflitti, risposte geniali, forme di integrazione imprevedibili, implicazioni a non finire con la storia e la politica dei nostri giorni.

Servirebbe un prontuario all’uso per ascoltare Il suono della voce. Interpretato, vissuto e proposto da Tosca. Prima di immergersi nell’ascolto del Suono della voce, isolarsi per qualche ora dai rumori e frastuoni che ci investono ogni giorno ed ascoltare in silenzio il battito del nostro cuore.. Guardare negli occhi chi ci passa accanto, prendendo consapevolezza che in ogni viso appena incontrato, si cela una persona ricca di storie di una vita vissuta, ognuna forgiata di suoni, ai quali ognuno di noi dovrebbe unire i propri. E che in quella persona, donna, vecchio, bambino di ogni etnia o colore, pulsa un cuore irrorato dal sangue, in un fluire di unico suono.

Il suono della voce, di Tosca, è un inno alla comunione di vita. Pollini volteggiano in aria e planano in terre oltre i confini lontani o vicini. Faranno crescere accanto alle piante di casa, alberi arrivati lì dal medesimo pianeta, in una selva chiara, selva di piante di ogni parte del mondo. Ogni pianta ha radici, fusti, gemme, foglie e chiome, che si nutrono d’acqua e respirano aria. In ogni parte del mondo, le notti d’amore e gli amplessi, i pianti e i sorrisi, le speranze, le gioie e i drammi, hanno in definitiva un unico suono. Un unico canto. Un unico suono, pur dagli accenti o timbri diversi. Ma la musica in definitiva è la stessa.

Già, la musica in definitiva è la stessa. Ogni giorno sfilano di fronte a tutti noi, volti di persone  dalle sembianze diverse ed ognuna di queste con il proprio suono, che i nostri occhi non vedono e il nostro udito non sente. Ciechi e sordi in preda all’indifferenza. Immersi nell’umanità,  rinchiusi nei nostri silenzi, isolati dal mondo. Nella ressa di una metropolitana, gli sguardi assenti rivolti ai propri pensieri di un mondo virtuale. Eppure accanto a noi sfila ogni giorno un mondo reale, di cui abbiamo paura. Uomini e donne, vecchi e bambini, dai suoni nascosti. A portata di mano. E basterebbe estraniarsi dalle nostre prigioni mentali per riuscire ad ascoltare quei suoni repressi che ci respirano attorno. Il suono della voce è trasmesso dal vento della libertà.  Siamo tutti figli di un porto in cui approdarono navi. Alla ricerca di felicità, all’insegna di una vita decente. Dal porto di Genova tra la fine dell’800 e i primi del 900, partivano piroscafi, per La Merica, approdando ad Ellis Island, isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia di New York. Dopo aver abbandonato i propri paesi o città, uomini, donne, vecchi e bambini italiani si riversarono sul porto di Genova. E dopo un’attesa di giorni all’addiaccio sui moli, si imbarcavano sul primo piroscafo. Dagli oblò in mare aperto, avrebbero visto distese d’acqua infinite con il cuor in gola nell’attesa del miraggio con una speranza nel cuore. Sarebbero approdati in un porto lontano nella disgregazione degli affetti di casa, eppure avrebbero portato lì i suoni di casa, dei propri cuori pulsanti. Ad Ellis Island, trascorsero giornate d’attesa, fatte di visite mediche, interrogatori e verifiche per stabilire l’idoneità a divenire figli d’America. Medici del Servizio Immigrazione passavano in rassegna ogni emigrante, segnando con un gesso sulla schiena di ciascuno accertamenti sanitari ulteriori: PG per donna incinta, K per ernia e X per problemi mentali.

Siamo tutti figli di porti, di terra e di mare. In una contaminazione di suoni, di vita incessante. Nel Mare Nostrum, oggi quei suoni si spezzano in barconi affondati, contrassegnando il mare tra l’Africa e il nostro paese di un numero aberrante e vergognoso di croci.

Siamo tutti figli dispersi. Padri, figli, amici e parenti.

Una madre e il figlio, carni disgiunte, con le mani imploranti sul ventre. Ululano entrambi. Poi il latrato cagnesco della femmina, donna, madre, animale oltraggiato, si disperde laggiù e resterà il latrato di un bambino disperso.
Madre e figlio dispersi nell’orrore che non guarda in faccia, nessuno. Uomini e topi, fratelli dispersi.

Fradèi despèrsi il lamento in un’ode di Gino Piva, poeta polesano, in quel suo lamento del 1952.

Fradèi despèrsi, se trovè ‘l sentiero,
fradèi fortuna! Ma l’è torbio el giorno
e l’è la tera tuto un simitèro.
Bruto giorno, fradèi, per el ritorno!

Qualcuno dei tanti figli dispersi, approderà ad un porto. E ogni giorno, noi figli dispersi, lo troveremo accanto. Basta voler guardare, vedere, ed ascoltare quel suono di quell’anima accanto.

Ogni bambino in ogni parte del mondo ride e piange alla stessa maniera. Il suono della voce di Tosca è un compendio dei suoni del mondo, lungo il mistero e la bellezza della vita. L’artista, romana spezza confini e frontiere, accogliendo nell’uscio di casa, i suoni delle voci che ci aleggiano intorno.

Tosca nella raccolta Il suono della voce, propone in particolare un canto di Ivano Fossati. Non è soltanto una canzone quale per altro è. È la sintesi poetica, magica e struggente di una storia universale e normale dove spero di non perderti mai. Canto sublime. Un inno all’amore. Canto di vita dedicato alla vita. Dovunque essa si annidi. In una comunione amorosa. Laica e divina. (Nevio Casadio)

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