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Genova e i rischi idrogeologici. Qual è la risposta dello Stato?

 

Che l’alluvione di Genova fosse un evento inaspettato è ovviamente falso. Così come è falso, nonostante l’enorme quantità di retorica che dopo ogni “tragedia” i politici ci propinano, dire che si faccia seriamente qualcosa per evitare che alluvioni, frane e smottamenti causino sciagure. La verità è che tutti questi fenomeni, coi loro costi e le loro vittime, sono largamente preventivati, e tutto sommato pacificamente tollerati da un modello di sviluppo che fa della cementificazione un suo dogma, e che vede nelle emergenze e nelle ricostruzioni un’occasione strepitosa per fare nuovi profitti.

Vengono definiti “avvenimenti straordinari”, ma la realtà è che nella storia dell’Italia repubblicana, ogni anno sono state 4, in media, le regioni colpite da frane e alluvioni. E anziché migliorare, la situazione sta decisamente degenerando: nel primo decennio del 2000, infatti, la media è salita a 8 regioni all’anno. Colpa del clima che cambia, si dirà. Ma questo non significa che le nostre scelte non influiscano, anzi: l’Ipcc (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) ci ricorda che il cambiamento climatico che concorre al ripetersi di fenomeni critici è provocato per il 95% dalle attività umane. In Italia, poi, uno dei responsabili maggiori dello scempio paesaggistico è sicuramente la cementificazione dissennata: ogni giorno consumiamo 75 ettari di terreno agricolo (dati FAI e WWF ITALIA), anche grazie al contributo dell’abusivismo, che riguarda il 17% delle nuove costruzioni.

E qual è la risposta dello Stato di fronte a questa situazione così problematica?

Nel luglio del 2009 uno studio della Camera dei Deputati stabilì che dei 44 miliardi previsti nel 1999 per completare i lavori di messa in sicurezza nei territori a più alto rischio idrogeologico, soltanto 2 erano stati erogati. L’anno successivo, il Ministero dell’ambiente compilò una lista degli interventi necessari: erano in tutto 1650, con uno stanziamento di fondi di oltre 2 miliardi. Due anni dopo, le opere portate a termine risultavano 12, e i soldi effettivamente erogati poco più di 100 milioni (LEGAMBIENTE, pp. 12-13). In 10 anni (2002-2012), i bandi di gara per i lavori connessi alla messa in sicurezza del territorio hanno rappresentato appena il 5% dell’intero mercato delle opere pubbliche (Dati ANCE).

Numeri impietosi, che si rivelano ancor più assurdi se si tiene presente che, secondo uno studio dell’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo (2010), per ogni milione speso per prevenire, ne sono serviti 10 per riparare i danni della mancata prevenzione. Per gli interventi emergenziali, infatti, se ne vanno ogni anno, in media, tra i 2 e 3,5 miliardi; mentre le spese legate alla prevenzione si aggirano intorno ai 250 milioni. Una cifra, quest’ultima, assolutamente irrisoria, stando ad un’altra ricerca del Ministero dell’Ambiente, stavolta del 2012, secondo la quale nella messa in sicurezza del territorio bisognerebbe investire 1,2 miliardi di euro all’anno per oltre 20 anni.

Tutta questa inettitudine, oltre a sciupare le risorse dello stato per una spesa senza alcuna prospettiva, è anche criminale: secondo la Commissione Europea, in Italia ogni mese 7 persone perdono la vita a causa del dissesto idrogeologico. Un rischio che riguarda circa l’82% dei comuni italiani, per un totale di oltre 5 milioni di cittadini.

Questi i dati, frutto di inadempienze e ritardi della politica accumulatisi in oltre settant’anni. E però va detto che l’immobilismo delle istituzioni è il sintomo, oltreché la conseguenza, della nostra scarsissima sensibilità ecologica. La messa in sicurezza del territorio non è stata mai – assolutamente mai – una questione ritenuta vitale per il progresso sano del nostro Paese. Così come avviene per la criminalità organizzata, se ne discute, per qualche giorno, quando capitano fatti eclatanti, e poi si ritorna nell’indifferenza. E questo anche a causa di un equivoco: fare una seria politica ambientale non è soltanto, come spesso si sente dire, un capriccio degli ecologisti che vogliono bene all’ambiente; implica invece il diritto a vivere una vita serena in un ambiente sicuro e confortevole. Senza contare le enormi prospettive che, anche dal punto di vista occupazionale, una seria pianificazione della messa in sicurezza del territorio garantirebbe. E poi, non ultimo, c’è il turismo, su cui tutti i governi dicono di puntare tantissimo: possibile che non si riesca a capire che se l’Italia rappresenta una meta così ambita per i cittadini di tutto il mondo, lo si deve sicuramente alle straordinarietà del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, e non certo alle villette a schiera (spesso invendute) che si costruiscono sbancando colline?

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