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“Il nostro oro aspetta di essere estratto”. Intervista a Duilio Giammaria

 

Lunedì scorso è andata in onda su Rai1, in seconda serata, la prima tappa (e stasera la seconda) della nuova serie di “Petrolio”, il programma di approfondimento che per undici puntate, dopo la miniserie dello scorso anno, torna ad accendere i riflettori sulle ricchezze che l’Italia possiede, le più note e quelle inesplorate, i suoi tesori artistici e culturali, molti dei quali scarsamente valorizzati, altri in condizioni di degrado; e poi quei talenti ancora inespressi che attendono di essere “estratti”, come se si trattasse appunto del petrolio, l’oro nero del paese.
Il programma è ideato e condotto da Duilio Giammaria, giornalista Rai da oltre trent’anni, al quale il termine “petrolio” non è affatto estraneo dal momento che per numerosi anni ha seguito da inviato la guerra in Iraq che proprio per il greggio è stata combattuta.

La prima puntata ha avuto un ottimo successo di ascolti, anche grazie al traino del sempreverde “Commissario Montalbano”.
Un ottimo risultato e ovviamente è servito il trascinamento della fiction interpretata da Zingaretti. Non a caso abbiamo intitolato la prima “Caccia al tesoro” esattamente il titolo della puntata della fiction. Pertanto siamo felici di lavorare “insieme” al commissario Montalbano, certi che anche nelle prossime puntate il pubblico apprezzerà questo passaggio di testimone.

La linea editoriale di questa nuova edizione è la stessa della precedente?
Nella sostanza sì. Il nostro è un viaggio nelle ricchezze del nostro paese, dal turismo ai beni culturali, per evidenziare i punti di forza e quelli critici e capire dove è possibile migliorare la situazione.

Un taglio “propositivo” oltre che informativo.
Noi lo definiamo “assertivo”. Non ci poniamo solo dubbi ma cerchiamo anche un metodo che serva al paese, alla gente. Agli imprenditori, agli operatori, alle istituzioni, alla cosiddetta classe dirigente. Pensiamo che la televisione abbia anche la responsabilità di proporre soluzioni, non solo di porre questioni.

Sembra un messaggio surrettizio rivolto alla classe politica.
Neanche tanto subliminale. Tanto è vero che la politica sarà presente in trasmissione ma in una chiave diversa. Gli esponenti politici li vedremo ma saranno rappresentati per quello che sono – o dovrebbero essere -, dei “decision makers”, persone che devono fare scelte per il bene del paese non che vengono in tv a commentare e ipotizzare progetti che non verranno mai alla luce. D’altronde è ciò che chiedono gli stessi cittadini al personale politico. Meno commenti e più azioni, e sapere cosa producono per la collettività.

Qual è la condizione di salute dell’Italia che emerge dal vostro lavoro di inchiesta?
Un’Italia a due facce. Con realtà ricche e zone di profondo sottosviluppo dove manca un sistema a rete, ad esempio nel turismo. Un Paese con un patrimonio inestimabile e scarsamente valorizzato. E quando la ricchezza non è sfruttata adeguatamente poi finisce per esserci sottratta. Pensiamo allo “shopping” degli stranieri nelle nostre aziende. La Costa Smeralda in mano al Qatar, Alitalia presa da Etihad, la Ducati dai tedeschi, gli alberghi in Versilia dai russi. Forse dovremmo porci un interrogativo: quando cediamo pezzi strategici del nostro paese agli stranieri abbiamo fatto un affare o abbiamo ceduto ad altri la nostra capacità di produrre ricchezza?

Le puntate saranno pertanto anche un’occasione per un confronto fra il nostro e altri Paesi?
Certamente. In ogni puntata ci sarà almeno un’inchiesta internazionale e sarà inevitabile il paragone. Perché l’aeroporto di Monaco di Baviera è in testa alle classifiche mondiali e quello di Fiumicino no? Il Louvre ha aperto una filiale ad Abu Dhabi per far trionfare la cultura francese oltre ai propri confini. Perché non lo sappiamo fare anche noi?

Il titolo “Petrolio” vi indurrà ovviamente a guardare anche a ciò che sta accadendo in zone come l’Iraq o in Libia dove il petrolio è stato da sempre materia di ricchezza ma anche di contesa, guerra, distruzione, inquinamento… Oggi l’oro nero è ancora il casus belli dei conflitti?
Il petrolio in se sembra destare meno preoccupazione in questa fase ma se il bacino del Medioriente rimane una area di tale instabilità la causa primaria – specie per quanto riguarda la guerra civile irachena e quella libica – risiede nel controllo delle risorse petrolifere.

Circolano ancora sul web le immagini raccapriccianti della decapitazione del giornalista americano James Foley. Da giornalista a lungo inviato in queste zone calde ritieni ancora che l’informazione sia una delle principali vittime delle guerra?
Indubbiamente. E in questo caso assistiamo a un salto di qualità, ovviamente non positivo: a differenza delle altre vicende che abbiamo vissuto da vicino, ad esempio con il giornalista Mastrogiacomo o le cooperanti Simona Torretta e Simona Pari, in questo caso le immagini sono state ostentate volutamente. Gli esponenti dell’Isis hanno un preciso e terribile sistema di propaganda. In precedenza chi commetteva un omicidio atroce non si gloriava nel dimostrarlo. Oggi vengono fatte deliberatamente circolare centinaia di immagini di persone massacrate a sangue freddo. Dal giornalista americano ai singoli “cadetti” iracheni che vengono freddati e buttati nel fiume.

Si è molto discusso sull’opportunità di trasmettere e pubblicare immagini così cruente.
E’ un tema cruciale. Personalmente dico sempre no ad ogni forma di censura ma dobbiamo stare attenti a non farci strumentalizzare dalla propaganda. E utilizzando immagini efferate senza un contesto e una dovuta spiegazione si rischia di dare ampio spazi alle tesi di questi criminali.

Ti manca l’avventura in prima linea da inviato nelle zone di guerra?
Mi manca ma non è detto che non ci vada. E ovviamente in “Petrolio” c’è spazio per il reportage. Sono stato in Cina per una delle puntate sul ritorno del manifatturiero. In una città molto interessante che si chiama Chongqing che è la città più popolosa del pianeta con ben 33 milioni di abitanti. Ma nessuno la conosce tanto che la stampa internazionale l’ha ribattezzata “”the big city you never heard of”, la città più grande di cui non hai mai sentito parlare”…

Fonte: Radiocorriere Tv

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