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Non c’è tempo da perdere

 

E’ arrivato dall’Unione europea l’ultimo monito al nostro Paese che rischia di diventare ancora una volta l’ultima della classe in Europa come nelle grandi organizzazioni internazionali di cui fa parte: non si può parlare, per anni o addirittura decenni, delle riforme essenziali che servono a uno Stato contemporaneo, in un momento difficile (è la terza recessione in soli sei anni!) per una quantità di ragioni storiche e politiche insieme, e alla fine non realizzarle. Dopo il tramonto dell’ennesimo esperimento di spending review, quel che in Italia produce risultati così negativi non è l’appli cazione della moneta unica europea, il ciclo della congiuntura europea e neppure la crisi che si è sviluppata nella vicina Germania e che fa acquistare meno le nostre merci ma due qualità che, nella nostra società ed economia nazionale, sembrano ancora mancare. Uno degli studiosi, Enrico Moretti, docente di Economia all’Università di Berkeley in California e già consulente del presidente Obama ha dichiarato ieri a un quotidiano nazionale con grande chiarezza, parlando esplicitamente della mancanza di legalità e innovazione nella penisola. La mancanza di legalità sappiamo che manca anche, o soprattutto, per la presenza nel nostro territorio nazionale delle maggiori associazioni mafiose del pianeta. Quanto alla seconda, Moretti la spiega in maniera chiara e quasi elementare. Quello italiano è “un sistema produttivo antiquato che andava benissimo nel dopoguerra ma, dagli anni Ottanta, è sempre meno adatto perché ha bassi livelli di innovazione e si concentra sul manifatturiero tradizionale a bassa produttività, dove salari e occupazione calano per la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. In vent’anni la globalizzazione ha dimezzato i posti in tutte le manifatture occidentali anche negli Stati Uniti e in Germania. Inoltre, osserva l’economista interpellato,”l’Italia è poco presente nei comparti nuovi e dinamici: pharma e  biotech, tecnologie, meccanica fine connessa all’elettronica.” Per non parlare del disorienta mento che ha preso negli ultimi tempi consumatori e imprese, soprattutto nel campo fiscale e del mercato del lavoro. Sono settori decisivi per le famiglie, come per le imprese di ogni dimensione, e la scarsa chiarezza può provocare conseguenze davvero negative. Sempre l’economista Moretti mette sotto accusa la rigidità del nostro mercato del lavoro oltre i quindici addetti e la necessità di rendere finalmente normale la legalità del commercio come dell’iniziativa imprenditoriale. E, infine, l’economista  italiano che ha incontrato molti connazionali nelle imprese americane a Sylicon Valley e li invita a ritornare nel Bel Paese, ha sottolineato il fatto che “finchè il divario tra garantiti e precari non si riduce, gli imprenditori rimarranno restii ad assumere e a investire in capitale umano che è di fatto il traino essenziale della produttività.

”Bisogna tener conto del fatto che l’Italia nell’ultimo quarto di secolo – ha osservato, del resto,  Nicola Rossi sul grande quotidiano milanese –   si è significativamente  impoverita e che, ormai a livelli di spesa identici possono corrispondere servizi pubblici di qualità e di quantità radicalmente diversi. Una spesa pubblica rilevante, nel caso italiano, appare incapace di garantire livelli uniformi e accettabili dei servizi per i quali vogliamo che uno Stato esista.” In fondo, a rifletterci soltanto un momento, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e persino la Grecia, come noi o peggio di noi investiti dalla grande crisi economica che ancora ci affligge, dimostrano che, quando si fanno programmi seri di riforma e li si rispetta, l’economia riprende fiducia e riforma. Ma allora c’è da chiedersi alla fine: che cosa aspettiamo anche noi a ripartire?

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