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Il rebus delle nuove province

 

Il disegno di legge Del Rio che riforma le province e ne riduce i poteri e le funzioni, creando le città metropoli tane (l’elezione sarebbe prevista tra il 28 settembre e il 12 ottobre prossimo), mancando dei decreti attuativi, secondo voci che affiorano con qualche difficoltà dal parlamento in carica e nonostante la maggioranza  di cui dispone l’attuale governo Renzi, avrebbe, da quel che sentiamo, qualche difficoltà. Sappiamo, leggendo il testo del disegno di legge che il progetto, che sarebbe attuato a partire dal 1 gennaio 2015, prevede dieci città metro politane il cui territorio coincide con quello della provincia. Gli organi del nuovo organismo sono costituiti  dal sindaco del comune capoluogo e il consiglio metropolitano formato dai sindaci dei comuni capo-luogo e le province, come enti di secondo livello. Gli organi sono il presidente (eletto dai consiglieri della provincia) e il consiglio provinciale eletto sempre in via indiretta.

Il consiglio provinciale è composto da un presidente e da un numero di consiglieri (da dieci a sedici) in base alla popolazione e tutti gli incarichi sono a titolo gratuito. Del  resto quelli che conoscono meglio l’ordinamento costituzionale della repubblica sa bene che fino a che non verranno ripartite con chiarezza le funzioni che riguardano i comuni e le regioni, le province attuali pre-riforma continueranno a vivere e il disegno di legge Del Rio resterà ancora sulla carta. La verità è che, ancora molti non se ne rendono conto, che si tratta, come in altri casi, di una riforma decisiva per l’avvenire del territorio e le obiezioni che si avanzano da più parti e che riguardano i parametri da usare e i rinvii che continuano a verificarsi sulla data di elezione dei nuovi consiglieri dovrebbero far capire al governo e a chi di dovere che non è facile passare da un ordinamento all’altro come se si trattasse di una passeggiata. Anzi, per quello che si conosce muovendosi  lungo la penisola, le notizie che arrivano dalle periferie sono tutt’altro che confortanti.

A Salerno, il presidente Antonio Iannone, ai primi del mese, ha rinfoltito la squadra della sua giunta con quattro nuovi assessori. E negli stessi giorni il presidente della provincia di Bari, Francesco Schittulli, è venuto in mente di nominare un altro Assessore alla Formazione professionale e alle politiche del Lavoro. La provincia di Bergamo ha deciso addirittura di comprare un pezzo di terra in Basilicata per 56 milioni di euro (di cui 12 sganciati dall’Unione Europea) dove costruire una centrale a biomasse. Quello di Rovigo ha stanziato premi per il merito a sei dirigenti e al segretario generale che ai cittadini costeranno 146mila euro. Infine quella di Torino ha messo in vendita il palazzo della Questura per fare cassa, scatenando una bufera tra i poliziotti. Insomma la verità è che nel Bel Paese, quando si toccano istituzioni che hanno molti decenni di vita, è tutt’altro che facile venirne a capo soprattutto quando un governo – come quello attuale – ha una maggioranza piuttosto composita ed opposizioni parlamentari che non vedono l’ora, a torto o a ragione non sapremmo, per andare al voto il più presto possibile.

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