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Arabi cristiani: una “minoranza”?

 
E’ giusto chiamare i cristiani libanesi, iracheni o siriani, “una minoranza”? Proprio no. Ecco, a mio avviso, perché. E perché non li chiamo “cristiani d’Oriente”.
di Riccardo Cristiano

C’è una tendenza difficilmente accettabile, sebbene apparentemente logica; si tratta di quella che ci induce a definire gli arabi cristiani una “minoranza”. E’ un cedimento che non va. I cristiani in tutti quei Paesi non sono “una minoranza”, bensì una componente di quelle società.
E come tali vanno trattati.

Ritenerli una minoranza è pericolosissimo perché vuol dire accettare che il criterio di definizione della cittadinanza è religioso: e non è, non si può accettare che sia così.

Gli arabi cristiani sono una componente delle società arabe nelle quali vivono e alle quali hanno dato un contributo storico-culturale determinante, essendo stati loro l’ossatura di quella grandissima stagione culturale che ha rianimato quelle società tra il finire Ottocento e l’iniziare del Novecento, la Nahda.

La Nahda è stata il vero rinascimento arabo, dal quale è nato con la scoperta dell’altro europeo un nuovo modo di essere, di essere e capire sé stessi. Furono scuole miste, università, femminismo, lotte per diritti sindacali, e nuove categorie politiche, compresa la decisiva acquisizione di nuovi vocaboli.

Ma forse l’atto più nobile e commovente della Nahda fu la traduzione, a Beirut, della Bibbia in arabo. Per mano di due missionari cristiani e un dotto dell’Islam. Un testo importantissimo non solo per il suo significato religioso, ma anche per quello linguistico, visto che proprio intorno a quel testo, a quel linguaggio pulito e piano, scevro da eccessi al tempo in uso, la lingua araba si è ridefinita, modernizzata.

No, gli arabi cristiani non sono “una minoranza” , sono una componente del loro contesto sociale, delle loro società. Forse l’errore di chiamarli e riconoscerli come minoranza deriva da un altro errore, quello di chiamarli “cristiani d’Oriente”.

Questa importantissima ma bruttissima espressione ha due implicazioni: la prima è che l’Oriente esiste, non come dato geografico che lo pone a est dell’Occidente, ma come luogo dell’anima, come luogo immodificabile, la “terra dell’Islam”.
Il secondo è quello di farli percepire come entità sospese tra una duplice appartenza, quella alla cristianità “occidentale” e quella all’Oriente, immodificabilmente e irrimediabilmente Oriente. Ecco; in questo modo i cristiani d’Oriente non hanno una identità, non sono, o ,se sono, sono sospesi, “un ponte” sospeso tra due identità incompatibili, opposte.

E invece proprio loro, i CRISTIANI ORIENTALI, dimostrano che tutto ciò non è vero: i paesi arabi sono paesi come tutti gli altri, dove i diritti di cittadinanza riguardano tutti, dove le minoranze si articolano e si formano sull’adesione a programmi politici e scelte sociali.

Ecco perché a mio avviso siamo in debito nei loro confronti.

Non solo per aver chiuso gli occhi sui tanti mali che affliggono le loro società, ma per averli condannati a non essere ciò che sono, una componente delle loro società , con responsabilità, e in alcuni casi anche mancanze, certamente, ma anche con meriti enormi e incredibilmente celati e comunque con gli stessi diritti di tutte le altre componenti le società arabe.

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