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Sotto le bombe di Gaza, raccontare e restare umani

 

di Rossana Picoco*

Carri armati dell’Israel Defense Force hanno colpito oggi una scuola dell’Unrwa, l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi in Medioriente, in cui c’erano sfollati palestinesi, a Beit Hanoun. L’operazione Margine protettivo è ormai al suo diciassettesimo giorno e i bombardamenti continuano ininterrottamente lungo tutta la Striscia di Gaza. Non solo gli ospedali, le scuole e le moschee sono state bombardate. E ad essere sotto attacco in questi giorni sono anche i giornalisti e con loro la possibilità di raccontare ciò che accade.  Ieri l’associazione della stampa estera a Gerusalemme ha diramato un comunicato che condanna gli attacchi da parte dell’esercito israeliano ai danni di diversi giornalisti che stanno seguendo il conflitto. A essere bombardate sono state anche la sede di Al Jazeera a Gaza e la torre Al – Jawara, la torre dei media, che ospita gli uffici di alcuni media palestinesi come Watania.

“Gaza è una zona di guerra e Israele non può garantire la sicurezza per nessuno”, con queste parole l’IDF suggeriva agli inviati stranieri di abbandonare la Striscia, ma questo rappresenta una violazione del diritto internazionale negando il diritto di protezione dei giornalisti in quanto civili in zone di guerra. Come si può raccontare quello che sta avvenendo nella Striscia di Gaza in questi giorni? I social – network si stanno rivelando uno strumento fondamentale per poter comunicare da Gaza con il mondo esterno: è anche una guerra a colpi di tweet.

Ogni ora che passa il numero delle vittime aumenta, le immagini dei corpi straziati imperversano nelle immagini che circolano sul web, le urla di dolore risalgono veloci fino ad arrivare a noi. Raccontare la verità diventa ogni giorno più difficile: giornalisti minacciati durante le dirette (è successo a Feras Al – Khatib, corrispondente della BBC araba), giornalisti allontanati dai luoghi del conflitto (è il caso di Diana Magnay della CNN). Hamdi Shehab è rimasto ucciso il 9 luglio, viaggiava insieme ad altri giornalisti su un auto in cui era chiaramente marcata la scritta TV. Khalid Hamid è morto invece domenica 20 luglio, era un giovane fotoreporter palestinese. Raccontare l’orrore e restare umani, è quello che ripeteva sempre Vittorio Arrigoni, l’unico italiano presente nella Striscia di Gaza durante l’operazione Piombo Fuso del 2009, che da lì inviò le sue cronache al giornale “Il Manifesto”.

Uomini e donne che stanno dimostrando coraggio e umanità, “Prima di essere giornalisti siamo esseri umani” dice Hala Alsafadi, una giovane giornalista palestinese per PressTv. La confusione politica e mediatica che regna attorno a questo conflitto, infatti, non può farci dimenticare che siamo umani. E allora la paura e la rabbia, lasciano spazio anche alle lacrime, per mostrare il volto della verità e di un’umanità che non si ferma

Fonte: Libera Informazione

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