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L’Europa sbaglia ma l’Italia è troppo fragile

 

Quando sarà finita quest’ubriacatura collettiva per l’“uomo forte” del momento e si tornerà a discutere dei dati reali del Paese, molti si renderanno conto che le mitiche riforme, tanto decantate in questi giorni, oltre a smantellare lo spirito originario della Costituzione, non servono a nulla.

Non servono perché non creano un solo posto di lavoro né, tanto meno, rendono più efficiente il nostro sistema decisionale (sempre che tutta questa velocità sia un bene) e non è neanche vero che ci consentano di risparmiare cifre astronomiche, dato che i dopolavoristi in gita-premio che verranno a Roma a fare non si sa che saranno comunque a carico delle rispettive regioni e dei rispettivi comuni, cioè nostro, per quanto riguarda il vitto e l’alloggio nella Capitale. E non servono, soprattutto, perché ai tecno-burocrati di Bruxelles del nostro assetto politico e istituzionale importa meno di zero, tanto che nell’Unione convivono repubbliche e monarchie, democrazie parlamentari e democrazie semi-presidenziali, stati monocamerali e stati bicamerali. Queste considerazioni possono, forse, interessare ad alcuni cantori del liberismo sfrenato sparsi in giro per il mondo: gli stessi che, dopo aver contribuito attivamente a causare la crisi, adesso ci vengono a raccontare che la colpa del disastro economico nel quale siamo immersi non è loro e delle politiche di cui sono promotori e difensori strenui da trent’anni bensì delle perfide costituzioni redatte nel dopoguerra, la cui pecca, pensate un po’, sarebbe quella di essere “sinistroidi e antifasciste”. Ma all’Europa, pur essendo a sua volta infarcita di liberisti e ciarlatani di varia natura, di tutto questo non interessa nulla. Ciò che davvero interessa all’Europa sono le cosiddette “riforme strutturali”, ossia altre misure sbagliate e catastrofiche: la devastazione dei diritti dei lavoratori, la condanna di milioni di giovani al precariato a vita, una pubblica amministrazione che renda ricattati e ricattabili i suoi dipendenti, un’economia senza regole né controlli, un debito pubblico da far calare a colpi di tagli e manovre laceranti (che, al contrario, lo fanno aumentare a dismisura) e altri provvedimenti di questa natura, inaugurati nel nostro Paese dal pessimo governo Monti, parzialmente arginati da Letta e ora ripresi in grande stile dall’“Uomo nuovo” di Palazzo Chigi.

In poche parole, un disastro totale che, nell’arco di diciotto-ventiquattro mesi, rischia di condurre l’Italia fuori dall’eurozona, con tutte le conseguenze che potete facilmente immaginare in termini di disoccupazione, impoverimento e collasso definitivo di un tessuto industriale già sfibrato da sette anni di crisi e ormai costretto a fare i conti con centinaia di milioni di ore di cassa integrazione che lo Stato e le regioni non riescono più a finanziare.

Il tutto, nel contesto di un’Europa che, dopo i tragici risultati dello scorso 25 maggio, con l’avanzata dei peggiori movimenti euroscettici, xenofobi e, in alcuni casi, neo-fascisti e neo-nazisti, non ha trovato di meglio che iniziare a litigare furiosamente sulle poltrone della prossima Commissione, tralasciando la definizione delle linee di fondo dell’azione politica del prossimo quinquennio e disinteressandosi completamente delle tre bombe ad orologeria che sono esplose, nelle ultime settimane, ai suoi confini. Gaza, la Siria e l’Ucraina: tre drammi che si commentano da soli, di fronte ai quali si avverte fortissimo il bisogno di una politica estera autorevole e condivisa nonché di un Commissario agli Affari esteri degno di questo nome; peccato che, al momento, non siano alle viste né l’una né l’altro, con la riunione decisiva per definire le nomine fissata per il prossimo 30 agosto, come se il mondo stesse ad aspettare i nostri comodi e i nostri accordi sottobanco tra politicanti e governanti del tutto inadeguati al loro ruolo.

In più, tornando al contesto italiano, siamo costretti a fare i conti con un Premier che ha deciso di dichiarare guerra all’universo-mondo, paralizzando il Senato fino a quando non sarà approvata una riforma che più pastrocchiata non si può, e che, a livello internazionale, si è incaponito nel voler nominare la brava ma oggettivamente inesperta Federica Mogherini in un ruolo cruciale quale quello di Commissario agli Affari esteri e nel non volerne sapere di proporre l’espertissimo Enrico Letta come successore di Van Rompuy alla guida del Consiglio europeo.

Al che, ci permettiamo di avanzare alcune ipotesi circa gli scenari che ci attendono in autunno: una Legge di Stabilità che si preannuncia lacrime e sangue (una ventina di miliardi minimo, forse qualcosa di più), le stime riguardanti la crescita, l’occupazione, il PIL e l’export tutte riviste pesantemente al ribasso, qualche flebile segnale di ripresa nelle previsioni per il 2015 e un’instabilità politica in grado di far deragliare il sistema, visto che arriveranno nelle aule parlamentari riforme chiave come quella del lavoro, quella della giustizia e quella della Pubblica Amministrazione, oltre all’Italicum e al prosieguo dell’iter della riforma del Senato e del Titolo V.

Pertanto non siamo in grado di prevedere le prossime mosse di Renzi, anche perché, come sapete, il soggetto è alquanto imprevedibile, ma una cosa è certa: al primo vero ostacolo, conoscendo il tipo, non ci penserà due volte e farà il possibile e l’impossibile per convincere il Capo dello Stato a sciogliere le camere e mandarlo alle urne. Ah già, il Capo dello Stato: quanto tempo durerà ancora in carica Napolitano? E chi sarà il suo successore? Il perimetro della maggioranza, da questo punto di vista, è tracciato: Renzi cercherà di eleggere un esponente del PD che non si ricordi più nemmeno lontanamente cosa sia la sinistra e sia, dunque, gradito anche a Forza Italia, al Nuovo Centrodestra, a quel che resta della pattuglia montiana e, magari, anche alla Lega, escludendo a priori SEL e il Movimento 5 Stelle.

Tuttavia, ripetiamo: comunque vada, il Premier al primo serio ostacolo, che si tratti dell’Italicum o di qualsiasi altro provvedimento, chiamerà all’appello il popolo, scagliandosi come una furia contro i “gufi, frenatori, disfattisti, sabotatori, nemici delle riforme e del progresso”, e via elencando, che hanno osato rallentare il cammino della modernità.

Peccato che, nel frattempo, fra la rotta dell’austerità europea e gli atavici problemi del nostro Paese, tutti gli indicatori forniranno chiaramente l’immagine di una Nazione in caduta libera, incapace di competere e di risollevarsi, con pensionati allo stremo, giovani che emigrano e quella terra di mezzo, costituita dalle generazioni “perdute” e oramai rassegnate alla propria condizione di subalternità, che tenta di resistere come può a un declino che appare inarrestabile.

Perché è questo ciò che non ha capito Renzi, essendo un abile politico ma non uno statista: prima o poi, la realtà dei dati e delle tragedie travolgerà anche lui e la sua folta schiera di sostenitori interessati e in quel momento nulla e nessuno potrà salvarlo da un fallimento epocale che potrebbe, purtroppo, coincidere col fallimento dell’Italia.

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