Sei qui:  / Blog / Le guerra intorno, la fretta dentro. Caffè del 22 luglio

Le guerra intorno, la fretta dentro. Caffè del 22 luglio

 

“Obama avverte Putin: sull’aereo vogliamo la verità”, così la Stampa. Ma qual è la verità? Il Corriere raccoglie le confidenze di qualche ribelle filo russo: “i nostri capi ci hanno detto: abbattuto jet ucraino”. Sarebbero stati loro! Avrebbero scambiato un aereo carico si scienziati, bambini e turisti per una tradotta di parà ucraini e avrebbero fatto la strage. Da Mosca, gli uomini di Putin si difendono sostenendo che i loro radar avrebbero individuato un caccia di Kiev in volo a pochi chilometri dall’aereo abbattuto. Bugie e accuse, e morti innocenti. Ai confini d’Europa torna la  questione russa, e fa tremare le borse, già depresse per “fondamentali” tutt’altro che buoni: “Industria al palo, frena la domanda estera”, scrive il Sole24Ore. “I tedeschi non spendono -Corriere- adesso l’Europa inizia ad avere paura”.

L’altra guerra, non proprio “chirurgica” – come ha sottolineato in un fuori onda John Kerry -, la guerra che colpisce a Gaza persino un ospedale e sta prendendosi decine di vite pure di soldati israeliani, ci lascia costernati e impotenti. Scrive Gad Lerner: “Arabo contro ebreo. Non c’è scudo protettivo che impedisca la deflagrazione della guerra di Gaza ben oltre il teatro delle operazioni militari, fino a riversare nelle metropoli cosmopolite della sponda nord del Mediterraneo la logica feroce delle appartenenze etniche e religiose”. È quel che accade in Francia dove Hollande, per impedire aggressioni e sceneggiate antisemite, ha vietato le manifestazioni, ma le banlieus arabe si sono infiammate e c’è chi tra gli ebrei pensa a una reazione diretta. “La sensazione è che la guerra di Gaza non sia solo tragicamente inutile ai fini della sicurezza degli israeliani e della dignità dei palestinesi, ma che sia diventata anche contagiosa. Rintracciare il nemico in ogni arabo e in ogni ebreo, spaventarlo ovunque si trovi, è l’ultima arma impropria di una guerra senza sbocchi…Preziosa sarebbe un’iniziativa congiunta delle autorità religiose che finora sono rimaste schiacciate dall’istinto di appartenenza. In Francia come in Italia servirebbero rabbini invitati il venerdì nelle moschee, e imam invitati il sabato nelle sinagoghe a ripristinare il senso del sacro calpestato nella guerra di tutti contro tutti”.

In Italia la guerra (per fortuna solo simbolica) intorno al Senato rischia di finire in trincea “Modifiche record e voto segreto. Riforme in bilico” scrive Repubblica. “Gli italiani vogliono scegliere. La Boschi insulta: bugiardi”, è il titolo del Fatto. Il Giornale racconta: “Riforme. Il Cav ai dissidenti: miglioriamo insieme il testo”. Ma come, e l’accordo del Nazareno? Con Berlusconi non si può mai dire mai. Avevo scritto che avrebbe alzato il prezzo. Pare che si stia muovendo lungo tre direttrici. Niente fretta al Senato: se l’aula non vuole i consiglieri regionali a Palazzo Madama (e tiene il governo sulla graticola), niente di male. Offensiva per riformare una vasta coalizione coalizione elettorale dei “moderati”: “Ora possiamo riunificarci” dice B ad Alfano e Salvini. Infine la riforma della giustizia, che oggi – dopo la resurrezione del Nazareno, pare a Repubblica “più difficile”.

Su Repubblica e Corriere troverete due interviste al sottoscritto. Strappate al volo ma non infedeli, anche se mi cuciono addosso la divisa dell’irriducibile, dell’anti tutto, del guasta feste che spezza l’armonia del rinnovamento. Non mi vedo così, ma la metafora del binario tranquillo e dei sassi fastidiosi impone le sue regole alla comunicazione. Più pacato, Massimo Franco rassicura i lettori del Corriere: “la democrazia non è a rischio”. “difficile assecondare la tesi di un autoritarismo strisciante, cara agli avversari del premier. In agguato non ci sono dittature di coalizione, semmai squilibri istituzionali e pasticci”. Condivido! Franco fa intendere che un certo sbrigativo decisionismo governativo avrebbe potuto crearsi qualche intralcio di troppo.  “L’ingorgo è politico. E senza dialogo, per il «sì» occorrerà più tempo: molto più tempo. Invece di essere il laboratorio-principe della strategia della velocità renziana, il Senato ne mostrerebbe i limiti”.

Se non intendo male, il suggerimento a Renzi è di aprire il dialogo, magari rispondendo nel merito alle critiche, accogliendone qualcuna sotto forma di emendamento. È quello che il governo avrebbe dovuto fare il 6 maggio. Avremmo già una sola Camera, che voti fiducia e leggi di bilancio, un Senato eletto con poteri di controllo e garanzia, un sistema costituzionale bilanciato e non un pasticcio che rischia di far scegliere il Presidente della Repubblica a una minoranza tanto forte da arraffare il premio di governabilità. 

Da corradinomineo.it

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE