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In cognome del popolo europeo

 

Gentilissima Corte europea dei diritti dell’uomo – Strasburgo
Innanzi tutto ringraziamo moltissimo per aver emesso a gennaio 2014 sentenza di condanna all’Italia che ha violato i diritti di un padre e di una madre che pretendevano d’assegnare alla loro figlia il cognome della madre invece che del  padre.
Il nostro Paese in un primo tempo parve recepire tale ammonizione, probabilmente rendendosi conto dell’obsoleto stato in cui versava per (anche) diritto di famiglia. In tal senso merita ricordare che giusto fino a 50 anni fa, quanto ad arretratezza rispetto al resto d’Europa, noi si stava ancora come d’Afghanistan  i burqa sulle donne. Ma torniamo a noi, cara Corte europea. Dicevamo: dopo la sua sentenza pareva che…Ma per carità! Oggi quel parere favorevole della commissione -ormai per tutti scontato quanto a legge- è stato affondato dalla Camera nel senso che prima di farne legge c’ha da studiare ancora un po’ su…

Vede, gentilissima Corte, qua si sta (ancora) con nonni capaci di rinnegare i figli se non danno al primogenito maschio il nome del nonno paterno: figuriamoci poi avere questi il cognome materno! Sicché veniamo a lei con questa nostra, prima che a qualche indigeno parlamentare venga in mente d’eccepire che lei è solo Corte dei diritti dell’uomo, mica anche della donna (si fidi: può pur accadere!).  Per quanto ci faccia accapponare la pelle per l’imbarazzo e la vergogna, le spiacerebbe mica, gentilissima signora Corte europea dei diritti dell’uomo, trasformarsi in “Corte europea dei diritti umani” ché così alcuni deficienti non potranno avere più scuse? No, tranquilla: al fatto che la donna sia umana i più già ci sono arrivati!

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