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Hacktivism

 

Hacktivism è un’espressione che deriva dall’unione di due parole: hacking e activism. L’hacking è un modo creativo, irriverente e giocoso, di accostarsi ai computer, activism, invece, indica le forme dell’azione politica diretta da parte di chi vuole modificare uno stato di cose. Oggi la parola hacktivism indica differenti modalità di azione diretta attraverso la rete Internet.

Le forme dell’azione diretta su Internet note come hacktivism sono debitrice dell’agire e delle partiche dei movimenti sociali che hanno fatto della comunicazione la propria strategia.

I movimenti sociali, gli attivisti, hanno sempre praticato una gran mole di attività correlate all’uso dei media. All’interno dei movimenti perfino le “azioni” più dirette presuppongono un alto livello di coordinamento e quindi di comunicazione. Perciò più ampia è la mobilitazione, maggiore deve essere la penetrazione del medium. Una spinta potente a individuare forme di comunicazione autogestite. basti pensare all’uso “alternativo” che del video fu fatto fin dagli anni 70’.

Strumento di documentazione di performance musicali, eventi teatrali e azioni coreografiche, venne usato per raccontare le storie di operai e contadini: uno strumento “rivoluzionario” per sviluppare una coscienza di classe. Il passo ridotto, amatoriale per definizione, che permetteva a tutti di registrare grandi e piccoli eventi e di condiverli, divenne oggetto di uno stile sperimentale inteso a costruire nuovi immaginari. Si pensi poi alle radio libere: per i movimenti rappresentarono un veicolo di contestazione e l’alveo comunicativo per stili di vita altri da quelli dominanti; o ancora si pensi alle riviste ciclostilate come “Mondo Beat” che ebbero tanta importanza nella stagione della grande ondata rivoluzionaria e creativa fra il 68 e il 77. Negli anni ’80 poi, si afferma la sperimentazione con il computer: la tastiera diventa strumento per discutere di conflitto e democrazia.

Oggi molte delle pratiche hacktivist sono soltanto la trasposizione virtuale di azioni di strada: la manifestazione di piazza, il corteo, si è trasformata nel netstrike, il corteo telematico; l’occupazione di stabili in disuso, è evoluto nel cybersquatting; l’attacchinaggio e il deturnamento semiotico dei cartelloni stradali sono il corripsettivo analogico del defacement, il volantinaggio all’angolo delle strade è stato sostituito dall’invio massivo di e-mail di di protesta; il banchetto della raccolta firme è stato piantato su Internet per le petizioni on line; fino alla pratica più dirompente dell’occupazione di uffici pubblici e l’interruzione di servizio che nel mondo virtuale invece usa la tecnica del DDoS.

Ma, in ossequio all’etica primigenia dell’hacking, gli hacktivisti agiscono spesso “costruendo” e mettendo a disposizione di tutti risorse informative e strumenti di comunicazione. Le pratiche hacktivist ad esempio si concretizzano sovente nella realizzazione di server indipendenti e autogestiti per offrire servizi di mailing list, e-mail, spazi web, ftp server, sistemi e database crittografici, circuiti di peer to peer, archivi di video e foto digitali, webradio.

Perciò, hacktivisti sono gli hacker del software e gli ecologisti col computer, gli artisti e gli attivisti digitali, i ricercatori, gli accademici e i militanti politici, guastatori mediatici e pacifisti telematici che non vogliono delegare a nessuno la propria speranza di futuro. Per gli hacktivisti i computer e le reti sono strumenti di cambiamento sociale e terreno di conflitto.

Non è un caso che gli hacktivisti abbiano concentrato la loro critica verso il sistema dell’informazione. Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno modificato profondamente il modo di produrre ricchezza consentendo una maggiore automazione dei comparti produttivi tradizionali e la dematerializzazione di prodotti di consumo, ludici, scientifici e culturali, ma soprattutto hanno modificato il mondo dei media e della comunicazione e il ruolo loro attribuito nella società. Spesso perpetuando e ampliando vecchie logiche di sfruttamento degli individui e delle risorse naturali.

Gli hacktivisti hanno dato origine a proteste globali contro la pena di morte e hanno solidarizzato con il Chiapas del comandante Marcos costruendo applicativi e reti di computer per dare voce a chi non ce l’ha. Sono intervenuti a denunciare gli orrori delle guerre e la speculazion edilizia, e non hanno mai fatto mancare il loro apporto agli attivisti per i diritti umani e civili tradizionali, ad esempio contro la censura dei paesi non democratici costruendo strumenti di comunicazione ad hoc – Tor, Psiphon, Osiris – assumendo un ruolo importante di hub comunicativi durante le insurrezioni arabe del 2010-2011.

Anche nelle nazioni pacificate, dove il conflitto cova sotto la cenere dell’indifferenza mediatica  e la logica di mercato ne sopravvale ogni altra, dfendere i beni comuni dell’informazione e della conoscenza che si producono nei circuiti dell’interazione sociale talvolta necessita di pratiche non ortodosse. Qui l’attitudine, la pratica, dell’hacktivism assume altri connotati. Aaron Swartz che ha “liberato” i dati scientifici di istituzioni chiuse e corrotte può essere considerato un hacktivista, ma lo stesso vale per tutti coloro che quando serve, vestono la maschera di Anonymous.

Con il diffondersi di Internet, del web 2.0, l’influenza dei social network e lo sviluppo delle app mobili gli hacktivisti prima impegnati a garantire il diritto all’informazione, alla comunicazione e alla privacy hanno trovato soprattutto nei governi i loro antagonisti. E oggi rivendicano il diritto alla cultura contro le recinzioni del sapere, il diritto alla privacy contro gli apparati di spionaggio, il diritto alla trasparenza contro il potere che tutto nasconde.

Anche in italia esiste una vasta comunità di attivisti della comunicazione che usano i computer e le reti telematiche per difendere la libertà di essere e di creare liberamente.

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