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Crowdsourcing

 

Con questa parola si indica l’esternalizzazione delle attività o dei progetti di un’ente, di un’azienda o di un governo a una moltitudine di persone attraverso una open call diffusa in rete.

Il termine Crowdsourcing è stato coniato nel 2006 da Jeff Howe. E fa il verso al concetto di outsourcing, l’esternalizzazione di attività industriali verso terze (quarte, quinte) parti. Dalla concettualizzazione che ne be ha fatto Howe sono gemmati altri neologismi. Crowdcreation è infatti un neologismo che dovrebbe descrivere abbastanza bene quello che fanno i redattori di Wikipedia. Crowdfunding è invece il termine che indica il finanziamento distribuito di un’opera per consentire al suo autore di realizzarla.

Il crowdsourcing oggi si riferisce soprattutto alle attività che gruppi disomogenei e precedentemente non organizzati di persone possono coordinare e svolgere attraverso il web.
E nonostante il termine gli sia successivo, l’esempio migliore di crowdourcing rimane la realizzazione del kernel Linux, lo sviluppo del progetto Gnu e la produzione diffusa e parallela di software open source. Non è un caso che uno degli elementi centrali del crowdsourcing si riferisca al controllo diffuso che un gruppo disperso di persone può esercitare sulla qualità dello stesso artefatto cognitivo. Eric Raymond, alfiere del software libero e autore del testo seminale della cultura hacker – The cathedral and the bazaar (1997) usava dire “given enough eyes every bug will shallow”.

La saggezza delle folle
Crowdsourcing, crowdcreation, crowdfunding fanno tutti e tre perno sul concetto di crowd, folla, e risentono del framework concettuale elaborato da James Surowiecki nel suo “The wisdom of the crowds”, la saggezza della folla, in una rielaborazione ottimistica della “Pazzia delle folle. Ovvero le grandi illusioni collettive” di Charles Mackhay. In effetti, in barba ai facili ottimismi, secondo cui grazie alle piattaforme del web 2.0 tutti possono offrire le proprie competenze sul mercato globale senza essere legati né a un posto di lavoro fisso né a una particolare azienda e collaborare a processi collettivi di produzione (il progetto di un’automobile, una nuova linea di abbigliamento, giocattoli tecnologici), spesso il crowdsourcing si rovescia nel suo contrario. Le aziende si appropriano dei risultati dell’intelligenza connettiva (De Kerchove) mettendoci sopra un marchio e chiudendoli col copyright, senza pagare nessuno. La crowdcreation dei volontari di un progetto non-profit e che rimane tale, senza pubblicità e finanziamenti pubblici come Wikipedia, ha ovviamente un senso diverso, mentre il crowdfunding per inchieste giornalistiche ha il merito di finanziare la produzione di notizie che non arriverebbero forse mai sul desk della redazione.

Il crowdsourcing oggi purtroppo fa leva sulle difficoltà lavorative di intere generazioni di individui sollecitate a rivestire di senso il proprio precariato professionale. Se in qualche caso è il modo normale di operare di freelance che necessitano della collaborazione altrui, in molti casi è una delle espressioni più negative della modernità liquida che ci obbliga a essere sempre online, sempre disponibili e ad accettare qualsiasi lavoro. Il Crowdsourcing è la dannazione dei nuovi lavoratori della comunicazione nella “società informazionale” (Castells 2008), per Dan Tapscott è l’”economia del wiki”, la  Wikinomics.

Precariato e crowdsourcing
È un fatto che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno modificato profondamente il modo di produrre ricchezza da parte dell’industria a tecnologia avanzata, hanno consentito una maggiore automazione dei comparti produttivi tradizionali e la dematerializzazione di prodotti di consumo, prevalentemente ludici, scientifici e culturali, ma soprattutto hanno modificato il mondo dei media e della comunicazione e il ruolo loro attribuito nella società.
Nella società digitale si è ampliato a dismisura il ruolo dei media e della comunicazione e lì dove c’è comunicazione, produzione di sapere e di discorso, lì c’è il potere. E’ in questo rapporto fra il potere e la comunicazione che va sviluppata la critica ai meccanismi di crowdsourcing imposti o passivamente assunti. La produzione controllata di sapere oggi è tutt’uno con la condizione di assoggettamento dei nuovi schiavi della comunicazione che svolgono vecchie e nuove professioni: nel giornalismo, nelle pubbliche relazioni, nel marketing e nella pubblicità, siano essi designer, copywriter, fotografi, registi, o che lavorino negli uffici stampa, nell’editoria cartacea e nelle professioni Internet.

Questi comunicatori che hanno a che fare con tutto ciò che ruota intorno alla cultura sono figure multiformi e sfuggenti, i jolly dell’economia moderna. Il comunicatore migliora la performance aziendale, fa circolare l’informazione e crea valore aggiunto. Il comunicatore non è un eroe del nostro tempo ma un proletario mentale che fa della velocità e della precarietà le sue caratteristiche principali che deve continuamente adattare alla catena di montaggio della fabbrica dei media e del desiderio. Un sistema in cui la creatività intesa come trasmissione culturale viene applicata alle merendine e alla schiuma da barba e dove l’etica e i valori sono un optional. Ed è proprio irreggimentando i comunicatori che la comunicazione e la cultura asservite alla logica spettacolare dei media, diventano subalterne all’audience intesa come fonte di profitto. È con il ricatto della precarietà che si produce conformismo e censura preventiva.

Volete un esempio? Il precariato sta uccidendo il giornalismo. Più del web, che ruba risorse e lettori alla carta stampata. Più dei telegiornali da operetta che rimangono il mezzo principe che gli italiani usano per informarsi. Più della crisi di credibilità delle grandi testate e dei giornalisti embedded. E gli editori di giornali in Italia pare non vogliano rendersene conto, convinti come sono che la crisi ormai permanente del settore si affronti con la riduzione dei costi e il taglio del personale, senza riconoscere i diritti dei contratti collettivi e usando come forza lavoro a basso costo gli stagisti delle facoltà di comunicazione e i neolaureati in cerca d’impiego, pur sfruttato e malpagato, ma in crowdsourcing.

Non c’è bisogno di essere marxisti per capire che la comunicazione è una merce che foraggia il sistema dei media che fa vendere le merci, con tutto quello che ne consegue: omologazione verso il basso dei gusti e dei comportamenti, contaminazione dei generi, produzione di consenso. Che fare? Anzitutto prendere coscienza di questo stato, non considerarlo ineluttabile, collegarsi, connettersi, resistere. Come? Attraverso l’autoinchiesta, con la conricerca, per comprendere come la comunicazione sia fabbrica e recinto e che a dispetto della grande disponibilità di mezzi per comunicare si comunica poco. Perchè manca quell’aspetto di tessitura relazionale, di costruzione collettiva del significato che è l’essenza della comunicazione e della produzione collettiva.

Poi però la parola deve passare alla politica che deve essere capace di fare proposte nette, come quella di un reddito garantito per gli intermittenti dello spettacolo, come quella di facilitare l’accesso alle professioni dell’informazione ridiscutendo il ruolo degli ordini professionali, o studiando un sistema di ammortizzatori sociali per arti, mestieri e professioni che sono per natura basati sull’apprendimento continuo e si ricreando incessantemente nei circuiti della relazione sociale.

“UN DIZIONARIO HACKER” – di Arturo Di Corinto
Editore Manni 2014
Collana Sollevazioni
212 p., brossura

EAN 9788862665162 – € 14,00

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