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E-democracy

 

Insieme delle pratiche comunicative e delle tecnologie informatiche finalizzate al coinvolgimento dei cittadini nel processo democratico, sia nella fase consultiva che in quella deliberativa.

Secondo una formula oggi dimenticata, la democrazia è il “governo pubblico in pubblico”. Pertanto il suo esercizio dovrebbe essere partecipato, trasparente e noto a tutti. Oggi sembra tutto più facile dato che l’ubiquità di Internet e un’attidutdine diffusa al suo uso, insieme alle procedure di trasparenza innescate dagli open data possono nuovamente inverare questa esigenza di pubblicità della gestione dei beni pubblici e collettivi, della Res Publica.
E tuttavia le cose non sono così semplici, nonostante si riducano le giustificazioni per rinchiudere la casta dei rappresentanti del popolo in uno spazio chiuso, facilmente raggiungibile e geograficamente e simbolicamente centrale dove prendere le decisioni a nome del popolo sovrano. È l’era della democrazia elettronica, bellezza.

Quando si cominciò a parlare di democrazia diffusa, telematica e dal basso, quelli dell’utopia californiana i Kelly e i Rossetto – quelli di Wired – associava alla e-democracy, la democrazia elettronica, il potere taumaturgico di liberarsi da una casta di mediatori della politica e di autorappresentare le istanze derivanti dal popolo. Era l’apice delle user conferences su Internet e delle reti civiche comunitarie degli agglomerati urbani statunitensi, e la possibilità per tutti di discutere su tutto sembrava prefigurare la nascita di una nuova sfera pubblica, con regole e strumenti propri. L’utopia che le tecnologie allora emergenti potessero aprire nuovi spazi di democrazia era la stessa che aveva accompagnato la diffusione del cinema, della radio e della televisione (e sappiamo come è finita: fusioni, concentrazioni, monopoli) e anche la Politica ne rimase affascinata ritenendo che l’opportunità dei cittadini di esprimersi sui temi del vivere civile fosse la soluzione al calo di partecipazione democratica, ma continuando a distinguere sempre il carattere consultivo di tale partecipazione dai momenti decisionali propri di un mandato che gli elettori consegnavano a loro e solo a loro.

Maturando la tecnologia e crescendo l’attitudine culturale all’uso degli strumenti informatici e telematici, cominciò tuttavia a farsi strada l’idea che essi potevano essere lo strumento per una democrazia attiva, informata e perennemente costituente in grado di influire in maniera inedita sulla sfera del politico. Nel nostro paese se ne è parlato molto e basta rileggere Stefano Rodotà (Tecnopolitica, 1996) per farsene un’idea. Il punto è che solo questa prospettiva, l’e-democracy come processo, consente di parlare di democrazia elettronica laddove le applicazioni della tecnica accompagnano e potenziano il metodo democratico.

E qui il discorso va approfondito: da una parte cercando di capire cos’è Internet e come può essere uno strumento di democrazia, dall’altra parte ragionando su cosa si debba intendere per democrazia.

La democrazia infatti, con buona pace di chi confonde il suo senso con quello di partecipare al gioco del lotto elettorale e che oggi ha la sua moderna espressione nell’e-voting, non può essere intesa che come processo che parta dalla ricognizione dei problemi, dal dialogo sui valori, sugli interessi e gli obiettivi degli attori sociali per concretizzarsi attraverso momenti di discussione, di consultazione e deliberazione, congelati temporaneamente dalle leggi che proprio perché espressione di una certa temperie culturale, sono oggetto di interpretazione e, quando necessario, di modifica, sottoposte finanche alla delegittimazione popolare quando palesemente discordi dalle pratiche sociali pù diffuse.

Allora la riflessione che alcuni studiosi fanno quando preferiscono parlare di e-partecipation forse si avvicina di più al senso di democrazia elettronica comunemente intesa. La partecipazione continua è consustanziale alla democrazia e non ne rappresenta un ammennicolo accessorio.
Anche se non siamo tutti d’accordo su cosa sia la democrazia elettronica possiamo dire cosa non è la e-democracy: non è la scelta fra due opzioni date e definite dall’alto: non è il referendum elettronico; non è l’utilizzo delle macchinette digitali in sostituzione di carta e matita nelle consultazioni elettorali: non è l’e-voting; non è neppure la concessione di spazi di discussione ai cittadini da parte dei loro rappresentanti istituzionali; non è neppure l’e-government, il governo elettronico che eroga servizi amminsitrativi e di quando in quando chiede l’opinione dei cittadini sudditi, pur con strumenti nuovi: si chiamino Ideascale o in un altro modo.

Si potrebbe dire che già viviamo la democrazia elettronica? In un certo senso sì. Ma senza confondere la democrazia – strumento imperfetto di gestione della cosa pubblica – dalle opinioni liberamente espresse e dal diritto all’informazione o con la libertà d’espressione.

Sono migliaia di blog, miliardi di pagine web, centinaia i giornali online fatti dai lettori, numerose le comunità virtuali di professionisti e cittadini che nelle liste di discussione, i forum e i social, rappresentano, questa esigenza di partecipazione, terreno di coltura di una nuova sfera pubblica che, come nel caso delle petizioni online, delle smart mobs degli SMS o del blog journalism, ha decretato fortuna e miseria di anchormen televisivi, sostituito la testimonianza diretta ai report dei giornalisti embedded, obbligato parlamenti a modificare leggi, messo in crisi governi e incrinato relazioni diplomatiche fra Stati. Questa sfera pubblica si avvantaggia anche di tutti quegli strumenti che favoriscono il rapporto di fiducia fra cittadini e amministratori e cioè la trasparenza dei processi e delle decisioni che li riguardano, ma è appunto una “democrazia dei pareri” che influisce sulla cosa pubblica solo e fintanto che il legislatore se ne sente coinvolto e controllato.

Democrazia elettronica è la costruzione di una sfera pubblica che implementi procedure, queste sì, democratiche di espressione, consultazione e deliberazione ai fini della rappresentanza di istanze e bisogni verso le istituzioni e della loro verifica attuativa.

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