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Come ti commercializzo l’arte

 

“Bisogna “commercializzare” l’Italia e in primo luogo quindi la Sardegna”. La frase lapidaria, detta ad una tv sarda, appartiene al sottosegretario ai Beni Culturali, Francesca Barracciu. E’ una “autentica” delle linee di fondo del governo Ranzi e del decreto Franceschini? “Gli Uffizi”, sentenziò tempo fa l’allora sindaco Renzi, “sono potenzialmente una gran macchina da soldi”. “I Musei sono miniere d’oro non sfruttate”, gli ha fatto eco il ministro Franceschini presentando a larghe linee il nuovo assetto del suo derelitto Ministero oggetto ieri di autentiche mutilazioni finanziarie ed ora della settima-ottava “riforma” in pochi anni. Che, stavolta, avendo accorpato di recente il Turismo, vede ormai anteporre al Patrimonio e alla sua tutela la Valorizzazione di tipo turistico-promozionale.

Le critiche o le opposizioni frontali sono parecchie. Si salva la riduzione di peso e di ruolo delle Direzioni generali regionali ricondotte al ruolo di coordinamento, ma particolarmente del turismo. Protestano alcune associazioni per la tutela. Protestano gli archeologi romani che vedrebbero il Colosseo e i musei divisi dal resto della formidabile rete per la quale esiste già la veltroniana Soprintendenza speciale. Perché smembrarla? Perché i maggiori musei statali (quelli civici, spesso non meno importanti vedi Castello Sforzesco a Milano e Capitolini a Roma) verranno affidati non più a funzionari di carriera, bensì a soggetti esterni, professori universitari (la cui esperienza di gestione è pari allo zero), anche stranieri. In tal modo si scinde la tutela dalla valorizzazione la quale diventa preminente (“la miniera d’oro”). In realtà è soltanto il primo decisivo passo per creare entità autonome di segno privatistico. In cui lo Stato ci mette il patrimonio e magari dei soldi e il privato gestisce “managerialmente”. Per farli “rendere”.

Giorni fa un giornalista inglese osservava: “Soltanto in Italia si crede ancora a questa favola dei Musei che fruttano profitti…” Roba da provinciali. Visto che il Louvre, pur con un gigantesco apparato di servizi a pagamento deve tuttora coprire il 50% dei suoi costi con vistoso sussidio statale. E che lo stesso Metropolitan Museum di New York non arriva al 55 % di autofinanziamento.

Uno dei più validi e valorosi archeologi italiani, Piero Guzzo, dimettendosi da moderatore di una tavola rotonda ministeriale, ha detto chiaro e tondo che “con questo decreto Franceschini si smantella l’intero sistema storico della tutela”, messo in opera agli inizi del secolo da maestri come Giuseppe Fiorelli, Adolfo Venturi, Corrado Ricci. Ma per Renzi è fin troppo molle il decreto Franceschini che, col pretesto della spending review (quanti delitti culturali in suo nome!), accorpa sulla carta, col taglia/incolla, Soprintendenze costruite attentamente su aree storicamente omogenee. Contano solo rapidità, efficienza, risparmi e, diciamolo, costruzione di una rete assai più “obbediente” perché di nomina “politica” (come i prossimi direttori di grandi musei, forse docenti universitari che infatti se ne stanno zitti come tappeti e forse gongolanti per la rivincita storica sui Soprintendenti). Una rete – come dice più brutalmente il sottosegretario ai Beni culturali, Barracciu – destinata “a commercializzare l’Italia”, assai più che a tutelarla.

Per cui la sigla ministeriale potrebbe ben cambiare da MiBACT in MiTURBEN o MiSTURBEN visto lo “sturbo” che provocherà nelle Soprintendenze e negli uffici tecnico-scientifici della tutela. Guai però a criticare, perché, come per la riforma del Senato o per l’Italicum, si passa, tout court, per “gufi” e per “nemici delle riforme”, additati come tali da Serracchiani e Bonafè. Vecchi bacucchi insomma, mentre i Soprintendenti in carica sono, al più, o studiosi squisiti incapaci di organizzare qualcosa di utile per incrementare gli ingressi o burocrati ottusi, se non babbei. Sparisce la salutare, fondamentale distinzione fra il Patrimonio/Materia Prima e il Turismo/Indotto, chiarissima all’estero, per esempio nel Regno Unito dove i grandi musei sono tutti gratuiti. Come i 19 Musei americani della fondazione Smithsonian: dove i privati i soldi li mettono, non pretendono di prenderli.

Tagliare il rapporto fra i Musei (statali, per ora) e le loro peculiari origini, col loro territorio è antistorico e astratto. Per i Musei archeologici poi è una solenne fesseria alimentandosi questi ultimi delle continue campagne di scavo (tant’è che esistono ormai numerosi musei “di scavo”): lo splendido Museo di Policoro, osco-lucano, magno greco, ellenistico, ecc. l’hanno dovuto raddoppiare anni fa per la massa di nuovi formidabili ritrovamenti nella Siritide.

Se prevale – e in quest’ottica prevale di certo (Barracciu dixit) – la logica oggettivamente, necessariamente economica del turismo su quella culturale, non necessariamente economica, della ricerca e della conservazione artistica, si aprono le porte ad una sorta di enorme Ipermercato Italia, all’aperto e al chiuso, per masse incontrollabili di turisti di ogni Paese. E’ il risultato di aver mescolato – anziché tenerli ben distinti – Cultura e Turismo, facendo prevalere il secondo. Paradossalmente, il guaio vero è che, mentre i nostri musei, le nostre aree archeologiche (non tutto è Pompei in Italia e anche Pompei non è poi tutta quanta il disastro che si dipinge), risultano, se appena appena finanziati, concorrenziali, non lo è affatto l’apparato turistico dell’ospitalità, della mobilità, ecc. Secondo la Coldiretti il turismo italiano è più caro del 10% rispetto agli altri Paesi più visitati. Altri rilevano che i prezzi in Italia cambiano a seconda che un semplice cappuccino venga servito agli italiani o agli stranieri. Questo scredita e respinge molto. Altro che musei.

Certo i nostri, ospitati in ville, dimore o palazzi storici, sono più piccoli e non gonfiabili: gli Uffizi attuali, se non erro, dispongono, per ora, di una superficie espositiva sui 12.000 mq contro i 180.000 mq del Louvre, ma con 1,8 milioni di visitatori ne stipano 150 per mq, mentre nel mega-museo parigino con 9 milioni circa di visitatori (e con seri problemi di controllo e scioperi contro bullismi, violenze, ecc.) se ne registrano soltanto 50 per mq. Per cui in tutti i nostri musei, gallerie, ecc, persino al Colosseo, non si possono non contingentare gli ingressi. Cosa che infastidisce molto e quasi offendono i nostri “riformatori”. Ma 1 milione di visitatori all’anno sono 1 milione di persone che alitano, respirano e traspirano (e naturalmente 2 milioni di ascelle, 2 milioni di piedi), che creano umidità, con seri danni a tavole e tele se la climatizzazione non è perfetta. In ogni caso se la folla si accalca nelle sale. Come sta avvenendo.

Un’ultima osservazione sul paesaggio italiano che è sempre più aggredito e stravolto dal binomio cemento-asfalto con consumi di suolo pazzeschi, a Napoli il 62 % è impermeabilizzato, a Milano il 60, in Lombardia, montagne incluse, oltre il 10%. Che è il doppio della Germania. Se una parte dei paesaggi si  è salvata dall’assalto di padroni, padroncini, abusivi, Comuni senza testa, ecc. lo si deve anzitutto alle pur depauperate e intimidite Soprintendenze  che oggi risultano quotidianamente sotto accusa e che dispongono in tutto di 480 architetti per sorvegliare e tutelare un territorio vincolato pari al 47% del Belpaese, 141.358 Kmq, per cui c’è un solo architetto ogni 290-300 Kmq. Oppure, se preferite, 1 architetto ogni 42 centri storici… Una sola regione, la Toscana per fortuna, fino a qualche anno fa intaccata o minacciata da lottizzazioni pericolose, ha adottato il piano paesaggistico concordato col Ministero. E il resto? Si vedrà. Le regioni più devastate, guarda caso, quelle dell’abusivismo foraggiato dalle varie mafie, e magari quelle dove – vedi Sicilia – la tutela è da sempre “regionalizzata”. Un disastro. Niente piani, niente tutele. Purtroppo la prima apprezzabile versione governativa del “nuovo” Titolo V della Costituzione – quella che riportava al centro taluni poteri generali in materia di ambiente, di parchi, di paesaggio – è stata già snaturata dalla bozza Calderoli-Finocchiaro come ha notato (fra i pochi) Fulco Pratesi sul “Corriere della Sera”. Anche qui si retrocede dunque – per avere i voti della Lega per Senato e Italicum? – verso il brutto pasticcio istituzionale 2001. L’anno in cui, fra l’altro, si cancellò l’art. 12 della legge n. 10 sui suoli del ’77 che imponeva ai Comuni di riservare gli oneri di urbanizzazione alle sole spese di investimento e non alla spesa corrente. E i Comuni, alla canna del gas, schiacciarono subito il pedale dell’edilizia, per lo più “di mercato”, cioè speculativa. Con centinaia di migliaia oggi di case vuote, sfitte, ecc.E l’edilizia pubblica e sociale?

Poca, o punta, direbbero toscanamente Renzi o Boschi. Ma chi ne parla? Vecchiume ideologico anche quello, forse.

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