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Ceccanti e Ostellino sul Senato. Anteprima del caffè

 

Ho già scritto che con l’italicum e la riforma del Senato chi prende il 37% dei voti validi può scegliersi il Presidente della Repubblica che più gli aggrada. Lo riconosce persino Stefano Ceccanti, che di questa pessima riforma è l’ispiratore, in un blog per Huffinghton Post. Egli ammette che l’emendamento di cui si vanta Miguel Gotor e che porta a 8 gli scrutini per le elezioni presidenziali a maggioranza qualificata è “insufficiente a evitare che la maggioranza elegga da sola il Presidente”. E una volta eletto il Presidente detta maggioranza può conquistare pure la Corte Costituzionale, visto che 5 componenti su 15 membri vengono nominati dal Presidente e altri 5 dal Parlamento a Camere riunite. Dunque 8 giudici supremi su 15 verranno scelti da quella minoranza del 37% che conquista il premio.

I pasticci non finiscono qui. Infatti la legge costituzionale che arriva in aula al Senato lunedì prevede il divieto dei referendum “manipolativi”. Si tratta di quelli che abrogano una legge solo in parte, come è stato per tutti i referendum elettorali. Così la prima minoranza, trasformata in maggioranza dal premio, una volta insediata in Parlamento, può cambiarsi la legge elettorale, farne una peggiore della Acerbo (quella di Mussolini) e non sarà più possibile neppure abrogarla con un referendum. Troppo persino per lo stomaco del professor Ceccanti che si appella ai senatori perché correggano tali spropositi in aula.

Sul Corriere del 12, solo a pagina 41, si può leggere invece una critica piuttosto radicale all’articolo 57 della legge costituzionale, quello che affida a un migliaio di consiglieri regionali l’onere di eleggere 74 consiglieri – senatori e 21 sindaci senatori. L’autore è Piero Ostellino: “Le autonomie locali – fortemente volute da una sinistra fin dai tempi del Pci orfana di potere a livello centrale e culturalmente e politicamente affetta da organicismo social-fascista ereditato dalla Repubblica di Salò — erano diventate il luogo della collusione fra interessi privati e Casta politica, fra sfera amministrativa ed establishment; terreno di coltura di clientele e parentele politiche e affaristiche già presenti nel sistema politico smantellato da Mani pulite. Per dirla con altre parole, erano il ricettacolo di una corruzione dal basso che si distingueva da quella dall’alto della Prima repubblica solo perché venduto come «democratico» dalla sinistra in cerca di soldi”.

Giudizio molto duro da parte di un sincero reazionario e da sempre orgogliosamente anti comunista. Ma non privo di suggestione. Ve la metto così. L’idea autonomistica, scritta in Costituzione, avrebbe voluto proteggere la Repubblica dal perpetuarsi di uno Stato già centralista e fascista. Così discutendo della speciale autonomia siciliana – che verrà poi recepita dalla Carta Fondamentale –  Mario Mineo si batteva perché l’ente regione avesse poteri politici, anche quello di abolire prefetti e prefetture. E soprattutto perché potesse immaginare e programmare un autonomo sviluppo della Sicilia. La Democrazia Cristiana scelse invece un’idea risarcizionista: l’autonomia sarebbe servita per riavere indietro quello che lo Stato Nazionale avevo preso all’isola. E negli anni a seguire nessuno pensò di usare gli statuti speciali per rivendicare autonomia, più comodo chiedere provvidenze che poi venivano intermediate, e in parte redistribuite, da una borghesia parassitaria e mafiosa

Le regioni “normali” furono istituite 22 anni dopo la promulgazione della Costituzione, nel 1970. Era ormai il tempo della rivolta di Reggio Calabria e l’allora sindaco della città spiegava bene a Giorgio Bocca che il sud non voleva fabbriche, ma una Regione che garantisse posti di lavoro clientelari e provvidenze da spartirsi. Nate in questo modo le regioni cambiarono ben poco della struttura centralista dello Stato ma si segnalarono per la spregiudicatezza nell’uso del denaro pubblico. Quasi inevitabile per un ente che aveva ed ha poca autonomia ma molti soldi da spendere, a cominciare da quelli della sanità. Inoltre Consiglio Regionale e la Giunta sono spesso il fulcro dell’organizzazione dei partiti nella Regione. In Regione i politici fanno il loro cursus honorum, lì piazzano i porta borse, da lì controllano il territorio.

Ora è a questa casta, la prima che dovremmo mettere a dieta, che stiamo affidando Senato e garanzie costituzionali.  E a un “regionale” su 10 diamo pure l’immunità. Si capisce lo sdegno di un liberale di destra come Ostellino.

Da corradinomineo.it

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