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Raccomandazioni dell’Italia per la commissione europea

 

Invece di commentare le “Raccomandazioni“ della Commissione Europea per l’Italia, proviamo a pensare a quelle “raccomandazioni” che l’Italia invece dovrebbe indirizzare alla Commissione. Dopo le elezioni europee del 25 maggio, che hanno visto un’affermazione di posizioni critiche circa le politiche economiche dell’Unione Europea; dopo il robusto successo elettorale in Italia del PD, che ha pure manifestato il desiderio di un loro cambiamento; tenuto conto del rilevante danno in termini di crescita del Pil, di occupazione e di produzione industriale che queste hanno causato all’Italia; in previsione del semestre italiano di presidenza dell’Unione,  esistono molte buone ragioni per farlo. Anziché considerare, quindi, ciò che “L’Europa chiede” a noi di fare, prendiamo in considerazione ciò che noi possiamo chiedere all’Europa, o meglio ai “policy makers” cui la attuale discutibile struttura di governance dell’Unione conferisce il potere decisionale.

La prima “raccomandazione” riguarda appunto la stessa struttura della governance. Ricondurre le decisioni agli organi democraticamente eletti, ridimensionare drasticamente il ruolo della Troika, ridurre gli automatismi affidati ai poteri della tecnocrazia e della burocrazia di Bruxelles, rafforzati dal cosiddetto principio del “reverse qualified majority voting” (i giovani “sherpa” della commissione che scrivono i documenti non sono degli “economisti”; sono dei ragionieri, dei contabili, che applicano dei “programmi” come se fossero dei computers); rivedere le procedure stabilite dal “two-pact” per i paesi dell’euro zona, sono solo alcune delle necessarie riforme di cui peraltro abbiamo scritto in altre occasioni. Sono riforme difficili da ottenere, perché coloro che dalla attuale struttura traggono vantaggio si daranno molto da fare per mantenerla.

La seconda raccomandazione riguarda la revisione degli stretti vincoli di carattere fiscale introdotti dai cinque Regolamenti e una Direttiva che compongono il six-pack e rafforzati dal successivo Trattato “on Stability, Coordination and Governance” di cui il cosiddetto fiscal compact costituisce la parte fiscale. La compatibilità di questi atti con gli atti costitutivi dell’Unione è stata, come è noto, messa in dubbio, anzi decisamente negata,  da Giuseppe Guarino. Al fine di consentire a ciascun paese di adottare le misure di politica monetaria e fiscale appropriate alle sue specifiche condizioni congiunturali e strutturali e di realizzare i necessari investimenti,  le due principali direzioni di revisione riguardano da un lato il valore stesso dei parametri adottati (peraltro privi di serio fondamento), e dall’altro il timing, ossia la gradualità e la flessibilità  del processo di consolidamento fiscale. It goes without saying che gli ulteriori inasprimenti suggeriti con la proposta del Redemption Fund sono da rigettare.

Ma se queste sono le raccomandazioni relative alle “cancellazioni”, bisogna altresì  raccomandare fortemente alla Commissione Europea di procedere con concreti impegni di natura positiva su alcuni fronti finora trascurati. La  prima di queste raccomandazioni riguarda l’area della regolazione finanziaria. La creazione del “Sistemic Risk Board” con le tre connesse agenzie non è sufficiente, data la sua composizione e il suo campo di azione, a mettere ordine nel sistema finanziario e creditizio; bisogna raccomandare alla Commissione l’adozione di misure di controllo in materia di derivati, di ridimensionamento dei mercati non regolamentati (OTC), di revisione del ruolo delle agenzie di rating, di separazione tra banche d’affari e banche commerciali. Inoltre si devono raccomandare le modifiche statutarie necessarie a configurare la BCE come una vera e propria Banca Centrale. Non è più ammissibile che l’Unione monetaria Europea non disponga di una banca Centrale al pari dei restanti  paesi del mondo.

In materia di assistenza agli Stati in difficoltà bisogna raccomandare alla Commissione uno sforzo per  capovolgere la logica finora adottata. Finora anziché concedere assistenza finanziaria per evitare una spirale recessiva, si è condizionata la concessione di assistenza all’adozione di misure di carattere recessivo. Questo ha compromesso la possibilità di crescita e rallentato lo stesso processo di consolidamento fiscale. Ora che forse il fondo della recessione è stato toccato si deve raccomandare un impegno a far leva su un rafforzamento del bilancio comunitario (attualmente assestato al ridicolo livello di 116 miliari di euro) per realizzare organici interventi di sostegno alla crescita nei paesi più colpiti dalla crisi. In passato si è anche parlato di una sorta di “piano Marshall per l’Europa e di euro-bonds. Nulla è stato realizzato. Al contrario, è sbocciata dalle fertili menti degli esperti tedeschi la proposta del “Fondo di Redenzione”, prontamente accolta con favore dalla Commissione.

Ancora una forte raccomandazione va fatta perchè in seno all’Unione Europea vengano adottate politiche pubbliche reali per la crescita. Il programma “Europe 2020”, apparentemente molto ambizioso, è in realtà soltanto un balbettio, perché contiene soltanto descrizioni di possibili scenari ed obiettivi privi di concreti programmi e strumenti operativi , dichiarando  anzi esplicitamente che le generiche linee programmatiche in esso contenute non sono da considerarsi “superimposed” ai singoli stati.  Esse restano quindi suggerimenti generici e non si configurano come politiche economiche europee.  Si deve raccomandare quindi l’elaborazione e la implementazione di una politica industriale europea, di una politica europea per l’energia, di una politica per l’innovazione, di una politica per i trasporti e di una politica commerciale. L’assenza di strategie e di robuste politiche comunitarie in questi campi nuoce alla competitività dell’Unione nel contesto mondiale e nuoce anche alla performance economica dei singoli stati.

Infine l’Italia di oggi, rafforzata nella sua compattezza politica proprio alla vigilia del suo semestre di presidenza, potrebbe rivolgere alla Commissione altre due “raccomandazioni”. La prima riguarda l’armonizzazione dei regimi fiscali tra i diversi paesi dell’Unione.  La coesistenza di Unione monetaria con fiscalità differenziata nei diversi paesi distorce la concorrenza, così come la distorcerebbe una differenziazione interna ai singoli paesi, che infatti è vietata dall’Unione Europea. La seconda riguarda l’armonizzazione delle istituzioni del mercato del lavoro e dei sistemi di welfare. In uno Stato federale sarebbe difficilmente concepibile una tale diversità di legislazioni del lavoro e dei sistemi di sicurezza sociale come quella che esiste attualmente tra i diversi paesi dell’Unione Europea.

Abbiamo utilizzato il termine “Stato Federale”, ma il punto è proprio che l’Europa non è uno stato federale;  non essendo uno stato federale dovrebbero vigere le regole che disciplinano i rapporti di cooperazione internazionale tra Stati. Ma in realtà non è così; i rapporti nell’ambito dell’Unione partecipano un po’ dell’una e un po’ dell’altra forma, non sempre cogliendo il meglio delle due e generando pertanto ibride ambiguità. E’ necessario quindi scegliere in quale direzione procedere. Nel frattempo le raccomandazioni sopra suggerite vanno ordinate distinguendo quelle ad esigibilità immediata da quelle a realizzazione dilazionata.

Vanno però menzionati due non trascurabili problemi. Il primo: esistono veramente la volontà e il coraggio di presentare queste richieste in sede europea? Ci permettiamo di dubitare. Un conto sono le dichiarazioni pre-elettorali rivolte ai cittadini italiani dentro le mura domestiche, un altro sono le posizioni ufficiali assunte nelle sedi istituzionali. Il secondo problema è questo: quali probabilità esistono che tali raccomandazioni, una volta formulate, vengano accolte? Per non formulare raccomandazioni velleitarie occorrerebbe da un lato inserirle in un condiviso piano di alleanze strategiche con i paesi che le condividono (i paesi dell’area mediterranea?) e/o con le forze politiche che le condividono, supponendo che le omogeneità politiche prevalgano su quelle nazionali. Dall’altro lato occorrerebbe supportarle  manifestando un “piano B” di reazione in caso di mancata accettazione. Il caso del primo ministro inglese che ha esplicitamente minacciato l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa in caso di attribuzione della presidenza a Juncker ha un carattere forse troppo estremistico, ma rappresenta un chiaro esempio di come le proprie richieste possano essere rafforzate.

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