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L’umanità nelle notizie: il caso di studio italiano su come raccontare la storia dei migranti

 

Aidan White, direttore dell’Ethical Journalism Network, parla con Mario Calabresi del rapporto tra media italiani e immigrazione.

Di seguito il suo articolo tradotto in italiano.

Una delle prove più importanti che il giornalismo si trova ad affrontare oggi è rappresentato della tragica storia dei migranti, che coinvolge migliaia di uomini, donne e bambini in arrivo dall’Africa e dal Medio Oriente – molti di loro in fuga dalla guerra – che rischiamo la loro vita intraprendendo la pericolosa traversata del Mar Mediterraneo per riuscire a raggiungere le coste del sud d’Italia e della Spagna.

La difficile condizione dei migranti è spesso sottorappresentata nei media, i quali temono di diventare vittime di campagne razziste aggressive da parte di partiti politici e cittadini. Così ha dichiarato Mario Calabresi, direttore responsabile de “La Stampa”, durante una tavola rotonda sulla libertà di stampa nell’ambito del 66° World Newspaper Congress, appena concluso a Torino.

«Nell’epoca dei social network, la pressione sui giornalisti è forte» spiega Calabresi. «Può spingere i quotidiani a non prendere posizione, riportando solo fatti spogli per evitare critiche e per non rischiare di essere boicottati e di perdere lettori».

Mario Calabresi ha sfidato in prima persona, attraverso La Stampa, la sua affermazione. Sostiene, infatti, che le storie dei migranti costituiscano uno dei temi chiave per mostrare quanto importante è il giornalismo nel futuro della democrazia. Per mezzo delle pagine del quotidiano da lui diretto, illustra come raccontare i migranti e le loro storie, con compassione, umanità e accuratezza.

«Il compito del giornalismo, oggi, è di mantenere acceso un dibattito razionale, fornendo ai cittadini gli strumenti della ragione, combattendo le paure ed evitando di essere sopraffatto dai pregiudizi dettati dall’emotività», spiega Calabresi.

Il direttore della Stampa sprona i giornalisti a non essere paralizzati dal populismo, dai timori, dall’irrazionalità o da un giornalismo debole, nascondendo o soffocando la verità per paura di non essere ben capiti. «Dobbiamo fornire un contesto razionale e basato sui fatti, dobbiamo cercare di cambiare i sentimenti delle persone che non hanno compreso completamente la storia della migrazione», prosegue Calabresi.

Come far sì che ciò avvenga? Il dubbio nasce a maggior ragione in un paese come l’Italia, dove il sentimento razzista può esser forte e dove solo pochi anni fa la presenza di razzismo nelle testate era così manifesta da spingere direttori e giornalisti a unirsi per la creazione della Carta di Roma, sforzo senza precedenti per migliorare la rappresentazione delle minoranze nei media.

«È importante agire in modo credibile e non ideologico – continua a spiegare il direttore de “La Stampa” – Dobbiamo lavorar duro per conoscere i fatti, capire il contesto e spiegare cosa tutto questo significhi».

Calabresi racconta che “La Stampa” ha iniziato questo lavoro cinque anni fa, quando il primo migrante arrivò a Lampedusa. In quel periodo il governo di Silvio Berlusconi era in coalizione con la dichiaratamente razzista Lega Nord, la conseguenza fu una campagna politica per convincere gli italiani che il paese fosse sotto “assedio” e esposto all’”invasione” dal mare.

I giornalisti della testata diretta da Calabresi avviarono un’inchiesta a lungo termine per far emergere la verità: scoprirono che un’ampia maggioranza del fenomeno della migrazione verso l’Italia fosse rappresentata dagli arrivi via terra – dai Balcani in particolare – e non dal mare e che la maggior parte dei migranti avevano come obiettivo altri paesi europei, specialmente quelli del Nord. Non c’era alcuna invasione in atto in Italia.

La storia della migrazione verso l’Italia ha conosciuto una svolta tragica il 3 ottobre 2013, quando, poco a largo da Lampedusa, 366 persone morirono nel naufragio di un’imbarcazione partita dalle coste libiche. Uno dei peggiori disastri umanitari del Mediterraneo.

Il governo italiano ha risposto sospendendo le operazioni di sicurezza in corso e schierando cinque navi e novecento militari per prevenire ulteriori tragedie, salvando i passeggeri di queste imbarcazioni instabili e ricolme di gente.

Durante la campagna elettorale europea, l’operazione Mare Nostrum è stata messa a dura prova. Diversi gruppi politici, inclusa la Lega Nord, hanno svolto una campagna elettorale dura contro questa politica, nonostante fosse in linea con gli obblighi italiani rispetto al diritto internazionale. L’obiettivo era di avvelenare l’opinione pubblica contro i migranti, sentenzia Calabresi. Alla base c’era la volontà di diffondere il messaggio che Mare Nostrum non fosse un’operazione di salvataggio, ma avesse come scopo quello di aiutare i migranti irregolari a giungere in Italia: la Spagna difende i suo confini sparando alle imbarcazioni irregolari, mentre l’Italia invia i militari a salvarli.

«Questa propaganda – chiarisce Calabresi – gioca sulla paura degli italiani che immaginano queste barche piene di uomini adulti diretti in Italia dall’Africa per spacciare droga, rubare o compiere atti terroristici».

La risposta del suo giornale a questo problema è stata un’inchiesta, attraverso la quale mettere in luce i fatti, spiegare il contesto, raccontare la verità e sfatare i miti.

«Per prima cosa abbiamo rintracciato i sopravvissuti del naufragio del 3 ottobre, per sapere cosa ne fosse stato di loro. Abbiamo così scoperto che queste persone erano per lo più giovani uomini in fuga dall’Eritrea e dall’esercito. Nessuno era rimasto in Italia, li abbiamo trovati nel nord Europa: in Svezia, Olanda, Germania».

I giornalisti poi sono passati a esaminare il profilo di 30mila persone salvate dalla Marina militare italiana a partire da ottobre. Grazie a questo lavoro di ricerca hanno verificato che non ci sono più persone in arrivo dall’Asia – in passato si registravano arrivi soprattutto da Sri Lanka e Pakistan – o dall’Africa Sub Sahariana in cerca di lavoro. Oggi i migranti sono per lo più rappresentati da famiglie con bambini che scappano dalla Siria, dalla Libia, dal Mali, tutte quelle aree afflitte dalla guerra civile e da altri scontri. Il modo in cui una storia è raccontata, dichiara Calabresi, è cruciale. È importante dare a ognuno il giusto nome; il giornalismo deve usare i termini con grande responsabilità: «Se diciamo che un barcone è arrivato dalla Libia con 300 immigrati illegali a bordo, questo ha un effetto negativo sul lettore, se spieghiamo che su quella barca ci sono cento famiglie siriane, con 133 bambini, la reazione è completamente diversa».

Quattro giorni prima delle elezioni europee, quando il dibattito contro i migranti irregolari è diventato particolarmente accesso, il direttore del quotidiano torinese ha preso un’iniziativa editoriale per respingere i discorsi d’odio e offrire una prospettiva differente: «Ho pubblicato l’immagine di una barca in prima pagina e ho scritto un articolo per cercare di ribaltare la percezione dei lettori».

Nel pezzo scriveva: «Parlare di immigrati ormai è diventato difficilissimo, nessuno ha più pazienza d’ascoltare, i più moderati restano in silenzio, gli altri o invitano a rispedire ogni barca a destinazione o a girare la testa dall’altra parte quando fanno naufragio [..]».

Mario Calabresi con questo gesto si è assunto un rischio, ma ne è valsa la pena. «Ho ricevuto alcuni commenti offensivi, che mi accusavano di essere irresponsabile, ma anche centinaia di email e messaggi di ringraziamento su Twitter e Facebook».

L’esperienza dimostra che i media devono raccogliere le sfide, suggerisce Calabresi: «Il problema dell’immigrazione esiste e bisogna farci i conti, ma il ruolo di un quotidiano dovrebbe essere quello di mantenere il dibattito sul binario giusti. Dobbiamo far sì che resti razionale e non lasciarci intimidire o intimorire dall’aggressività della politica o dei social network».

Per l’editoriale completo di Mario Calabresi:

Un ponte di cui essere orgogliosi

Per l’articolo originale di Aidan White cliccare qui.

Da cartadiroma.it

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