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Troupe Rai di Trieste, reporter morti per raccontare

 

Qualche anno fa, sul palco di Trieste abbiamo conosciuto Isla “Zlatko” Homanovic (nella foto). Quando Marco Luchetta e i suoi sfortunati compagni di viaggio gli hanno salvato la vita, proteggendolo con i propri corpi da quella granata a tradimento, aveva dieci anni. Adesso ne ha ventiquattro, è un uomo. “Non ricordo bene cosa è successo – ha detto, davanti alla famiglia di Marco – ma ricordo bene che quei giornalisti mi hanno protetto. Adesso vivo in Svezia, in pace, e non voglio che nessun bambino muoia più per una guerra”.

Il dramma è che i bambini muoiono sempre, anche a guerra finita. La troupe della Rai di Trieste non era andata in Bosnia a raccontare i bombardamenti, ma le storie tragiche delle piccole vittime, uno speciale sui “bambini senza nome”, figli comunque della violenza: degli stupri o di genitori dispersi. Un atto d’amore, più che un reportage dal fronte. E per una serie di ultimi atti d’amore sono morti. Marco, Alessandro e Dario erano andati in un ospedale pediatrico inventato nei sotterranei di Mostar. Ricordo bene quelle riprese estreme: Marco che gioca con Ilja, piccolissima orfana di un conflitto fratricida. Lo chiama papà. Poi vedono un bambino fuori che gioca con le bombe. Ma non fanno neppure in tempo ad attaccare la telecamera che arriva la morte. Quel bambino era Zlatko.

Gli atti d’amore producono sempre miracoli. E da quel momento la famiglia Luchetta si è “allargata”. Oltre ai figli naturali, se ne sono aggiunti molti altri. Quel progetto sui “bambini senza nome” è andato avanti, accogliendo tutte le giovani vittime delle guerre. L’attività della Fondazione intitolata ai tre sfortunati colleghi triestini è imponente ed è diventata ormai punto di riferimento internazionale. Poi c’è un premio giornalistico dedicato al loro sacrificio ma che parla sempre di “angeli”, questi angeli che in tutte le guerre stanno comunque intorno e sopra di noi. Ho avuto il grande privilegio di ricevere il premio nella prima edizione, ma in realtà il riconoscimento è dedicato a tutti i reporter morti per raccontare.

Adesso c’è anche un giardino che porta i loro nomi dove i bambini, ancora loro, potranno giocare. E’ molto bello che, oltre a quelli di Marco, Alessandro e Dario è stato aggiunto un quarto nome: quello di Miran, anche lui triestino, morto appena qualche mese dopo insieme a Ilaria Alpi in un’altra guerra lontana, in Somalia, ma all’interno di un viaggio che non voleva contare i morti, ma cercava di capire i perché dell’odio. I bambini di Trieste potranno ricordare quei quattro eroi con il sorriso. Giocando.

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