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Il futuro o futuribile Senato

 

Sulla riforma del Senato, ridiventata di attualità dopo che l’uomo forte della destra (che resta ancora, dopo vent’anni, Silvio Berlusconi, il che conferma le diagnosi di chi sostiene che i populismi –  di vario colore – dominano l’attuale parlamento e che la Casta, l’indimenticabile bestseller di Rizzo e Stella, ha ancora qualcosa da dire agli italiani) ha minacciato di far cadere il governo Renzi, è il caso di fermarsi per un momento a riflettere.

Il problema per molte settimane è stato trattato come se l’unico legato alla riforma fosse l’elettività o meno dell’assem-blea o ancora se si dovesse risparmiare proprio su questo aspetto e non su molti altri ancora aggredibili dall’attuale governo. E ancora sui 21 membri nominabili motu proprio dal Capo dello Stato che indubbiamente conterebbero molto in un’assemblea con 130 membri come quattro partiti. “Partiti del presidente – ha notato un costituzionalista -presidenzialisti per definizione.”

E allora che cosa bisognerebbe fare, se si vuol evitare a giorni uno scontro aspro che potrebbe anche condurre alla caduta del governo e ad elezioni nel prossimo autunno? Al di là di quello che succederà davvero (visto il forte interesse a protrarre i lavori che hanno prima di tutti i diretti interessati) due punti appaiono di primaria importanza visti i rapporti di forza che esistono in parlamento e nel Paese. E’ chiaro ormai che l’imprenditore di Arcore, abbandonato da suoi seguaci storici come Buonaiuti e Bondi, sta giocando il tutto per tutto e vuole andare alle elezioni al più presto, sperando nel suo carisma e nei suoi grandi mezzi economici e mediatici, e spera, difendendo il Senato elettivo e in grado di contribuire a prender decisioni, in quella parte di opinione pubblica non convinta dall’attuale versione dell’Italicum.

Del resto, neppure chi scrive, come tutti quelli che vengono da studi giuridici e costituzinalistici, non lo è mai stato. E allora che fare? Tra gli appelli di difesa del vecchio Senato che mi è capitato di leggere nelle scorse settimane e i numerosi articoli che ho avuto modo di leggere con attenzione, credo di poter dire che, in attesa che i parlamentari delle parti opposte, arrivino a un accordo o si rassegnino all’idea che la legge elettorale non riscuota l’appoggio dei gruppi parlamentari più grandi e debba quindi essere sottoposta, dopo l’approvazione a un referendum popolare, mi sembra di poter sottolineare anzitutto che, elettivo o no, il nuovo Senato non nasca come un’assemblea decorativa o di scarsa utilità ma come un complemento importante e possibilmente coerente  del  nuovo sistema costituzionale. Allora, se si osservano regole elementari come queste, si può fare arrivare a un accordo tra parti in buona fede si intende giacchè se dietro lo scontro ci sono altre ragioni come il bisogno di andare il più presto possibile al voto scommetto che l’accordo non si potrà fare.

Ritorniamo al tema. D’accordo sull’idea di metterci i sindaci e un certo numero di consiglieri regionali. E non mi sembra importante che questi ultimi siano eletti oppure no. Anch’io come il senatore Chiti preferirei che fossero eletti. Ma è ancora più importante che il Senato abbia compiti degni di questo nome. Michele Ainis sul Corriere della Sera ha proposto di attribuire al nuovo organo le decisioni sui deputati che versino in conflitti di interessi, sulle immunità parlamentari, sulla legge elettorale, sul finanziamento dei partiti. E ancora che una parte dei nuovi senatori siano estratti per una legislazione tra gli ex presidenti della Corte Costituzionale, della Corte di Cassazione e delle principali Authority. In modo insomma da attribuire ai nuovi senatori compiti che non ne facciano soltanto un ente decorativo e inutile. Quest’ultima, come è noto, è una vecchia tradizione del nostro amato Paese.

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