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Fiducia elettorale. Il caffè del 23

 

Una fiducia elettorale, perché consente ad Alfano di votare sì al decreto sui contratti a termine (ridotti, per intercessione di Cesare Damiano, da 8 a 5 in tre anni) ma continuando a far campagna contro la sinistra del Pd e la Cgil che avrebbero snaturato il provvedimento. Matteo Renzi ha dovuto porla, la questione di fiducia, e si è sfogato subito dopo al Tg1 contro i “soloni milionari” per i quali 80 euro in busta paga non farebbero la differenza per chi ne guadagna 1200 al mese. Il Premier recupera, subito, il centro della scena togliendo il segreto su stragi di stato, collusioni con la mafia, depistaggio dei servizi segreti. Feltri dice che è un bluff e non ne sapremo di più. Certo è da ingenui credere che in quelle carte ci sia la verità, ma smettere di coprirle è comunque atto dovuto e prova di coraggio.

“Tensioni nel governo sul lavoro”, titola il Corriere della Sera. Sotto Giannelli giustizia Alfano&C. “NCD voterà la fiducia”. Perché “Sarebbe un vero autogol per dissensi sul decreto lavoro, restare senza lavoro”. “La Cgil ordina, Renzi obbedisce” è il titolo del Giornale, che aggiunge “Alfano supera il ridicolo: non mi piace ma lo voto”. “Scontro sul lavoro”, per Repubblica, e poi “Renzi basta attacchi da soloni milionari”. A proposito di lavoro, il Fatto prevede 3mila licenziamenti Alitalia: sarebbe il prezzo chiesto dagli arabi dopo la fine ingloriosa del salvataggio voluto da Berlusconi della ex compagnia di bandiera. “I patrioti con le ali sono riusciti a perdere 500 euro al minuto”.  Sole24Ore e Stampa titolano sulla riforma del Senato e sul regime delle autonomie. Il giornale di Torino avverte: “Tagli, le regioni in rivolta”. Domani un incontro con i presidenti. E pubblica una mia intervista in cui avanzo il sospetto che sia proprio il controllo su grandi sindaci e governatori la vera posta in gioco del progetto Boschi. Il Sole parla di “scontro rinviato sul Senato” e “al Senato, sul lavoro”. Perché Sacconi, ora NCD, promette fuoco e fiamme.

Sul Corriere, articolo di Maria Elena Boschi:  “Una maggioranza ampia concorda sul superamento del bicameralismo perfetto: il Senato non potrà più dare la fiducia, né votare il bilancio. Tutti condividono – almeno a parole – la necessità di ridurre il numero dei parlamentari.”  Dunque una bella vittoria, riforma a portata di mano? Non proprio, perché poi il ministro dice che “una maggioranza schiacciante ha dato la disponibilità a individuare nel Senato un luogo alto di confronto sulle relazioni con l’Europa e con i territori”. Questo non è vero – direbbe il Razzi di Crozza inclinando la testa – perché a sentire il dibattito di ieri, M5S, Forza Italia, Pd, un po’ tutti si sono posti il problema delle garanzie, le leggi costituzionali, per esempio, che restano in capo alla Camera Alta pure nel disegno Boschi. La ministra cerca allora di ridurre la questione delle garanzie solo all’elezione diretta o meno: “Su questo punto — e solo su questo — si è aperta un dura polemica. Che naturalmente non sottovaluto, né circoscrivo, ma che colpisce solo una parte di un complesso testo di riforma costituzionale”. E allora che facciamo, trattiamo? Neppure per sogno. “In questo scenario insistere per l’elezione diretta di una piccola parte dei Senatori assume le caratteristiche più di un tentativo di bloccare la riforma che non l’affermazione di un valore imprescindibile”.

Parola di Maria Elena Boschi che poi cerca di dare dignità di corrente (o di frazione) alla “minoranza” Pd: “Il fatto che la proposta venga da parte della minoranza interna del Pd è poi particolarmente stupefacente, essendo proprio la minoranza Pd quella che ha chiesto e ottenuto alla Camera di eliminare dall’Italicum ogni riferimento alla legge elettorale del Senato proprio in forza dell’assunto per il quale il Senato non sarebbe mai stato elettivo”. Con chi ha trattato Maria Elena? Con Cuperlo, con Civati, capifila delle mozioni congressuali contrapposte a quella di Renzi? Chi le ha promesso che se la legge elettorale fosse stata applicabile solo alla Camera, poi il Senato non sarebbe stato eletto? Vorrei chiederglielo. E, vorrei sapere, se lei e Renzi pensano davvero che l’accordo con Verdini sulla legge elettorale, possa sopravvivere al voto per le Europee.

Intanto Bondi  scrive su La Stampa : “Forza Italia ha fallito, sosteniamo Matteo”. Spiega Bondi, con Ignazi,  che “il berlusconismo terminerebbe sotto il segno di tre fallimenti: la costituzione di un grande partito liberal-conservatore; la modernizzazione del Paese e la rivoluzione liberale” e che “Blair sta alla Thatcher così come Renzi sta a Berlusconi. Con la differenza però che Berlusconi non ha potuto portare a compimento una vera e propria rivoluzione liberale e una necessaria modernizzazione dell’Italia”. Interessante.

Da corradinomineo.it

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