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Caffè in ritardo per pulire la macchina

 

Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccolo borghesi, amici.  Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri!

Quando Pasolini scrisse queste cose, stavo dall’altra parte, in piazza con gli studenti. Eppure non trovavo quei versi del tutto infondati. Dopotutto la contestazione, contro il volere dei padri e il potere dello stato, veniva rappresentata più che consumata. Messa in scena contro chi, spesso per necessità e non per scelta, si trovava a servire quel potere e quel volere. Sognai, una volta, ragazze e ragazzi tutti belli, con jeans attillati e scarpe da tennis che danzavano lanciando molotov. Era tanto tempo fa. 

Poi tutto è cambiato. Almeno dal 2001 – e mi riferisco ai fatti di Genova –  la realtà si è rovesciata. Chi scende in strada a manifestare, chi assume droghe (fuori di circuiti protetti per ricchi-ricchi) chi beve un bicchiere in più per tenersi su di giri, non viene “compreso” come alla fine le famiglie, nel 68, comprendevano i figli ribelli. Né può più permettersi alcuna prepotenza. In modo simmetrico chi sfoga con rabbia ogni frustrazione sul corpo già per terra, chi si sente a posto trascinandolo di peso e schiacciandogli i testicoli e poi ammazzando un ragazzo di 18 anni “per asfissia da posizione, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti” (come è successo a Federico Aldovrandi), non è il figlio dei poveri di cui poetava Pasolini.. È un piccolo borghese, globalizzato come tutti i piccolo borghesi, e che, come tanti, si sente in basso alla scala sociale e perciò si arroga il diritto di odiare chi sta ancora peggio o turba l’ordine di chi sta su in quella scala.

È potenzialmente un fascista. E chi lo protegge in cambio dell’obbedienza e di condizioni di vita e di lavoro umilianti, è fascista come lui. I 4 poliziotti che il 25 settembre del 2005 uccisero Federico, sono stati definitivamente condannati, grazie alla battaglia ostinata e dignitosa della madre, Patrizia Moretti, a 3 anni e 6 mesi. Tre coperti dall’indulto, 6 mesi li hanno scontati. I poliziotti che ieri li hanno applauditi per 5 minuti, hanno offeso la madre (bene ha fatto Renzi a chiamarla subito), hanno offeso la polizia e l’Italia. Andrebbero cacciati, per difendere la democrazia!

Anche di un altro condannato, si tratta oggi sui giornali. “Ora arrestano le idee”, scrive il Giornale “Berlusconi, scatta l’altolà del tribunale” spiega Repubblica. Il “nostro” aveva chiesto più maggiore libertà di movimento, voleva scontare la pena girando per l’Italia in campagna elettorale e continuando a  sputare sui giudici che l’hanno condannato e sul Presidente della Repubblica che non l’ha graziato. La Procura gli ha detto no e ha aggiunto: attento, finisci ai domiciliari! Il Corriere sceglie di intervistare Marina Berlusconi: “Renzi è il nuovo che arretra. Alfano? Ha tradito la sua storia. La politica? Oggi no. Un domani, se capitasse, chissà”. E poi: “mio padre ha subito in vent’anni una persecuzione giudiziaria senza precedenti, è stato il bersaglio di organi di informazione che dividevano con un gruppo di toghe ideologie, interessi, obiettivi. La presunzione di colpevolezza ha sostituito quella d’innocenza, l’incertezza del diritto ha stravolto i principi giuridici”. L’imprenditrice e i poliziotti plaudenti: lo stesso disprezzo per le regole.

Consoliamoci con il futuro che si fa strada. Due parlamentari si sono segnalate, ieri. Pina Picierco, capolista per il Pd alle europee, ha detto che con gli 80 euro del bonus Renzi lei ci fa la spesa per due settimane. Tutti al supermercato con Pina! La seconda si chiama Elena Bulgarelli, Movimento 5 Stelle: a ottobre, come rivela il Fatto, ha “giustificato 2200 euro per il vitto”. È anche lei una arci italiana, questa Bulgarelli, di giorno accusa i colleghi senatori di rubare il denaro dei contribuenti, di sera, davanti alle ricevute, scopre che servono più di 100 euro al giorno per nutrirsi a Roma. Come le mutande di Cota, come Briatore che il panfilo non è suo, come i pranzi di rappresentanza e i manager con la jaguar a nome dell’azienda. L’Italia a nota spese.

Di Matteo Renzi ho già lodato, ieri, il realismo. La sua capacità di badare all’essenziale, la riforma del Senato, senza irrigidirsi sugli errori del testo di governo. E sarà sua, la vittoria. In serata però Renzi ha ripetuto in televisione che potrebbe dimettersi se le riforme non fossero approvate in fretta. Così, forse, intende separare la propria immagine da quella del vecchio Parlamento e del “vecchio” Pd. Ma è segno di forza? Traspira la necessaria sicurezza del leader? Scrive Massimo Franco “l’insistenza e la frequenza con le quali Matteo Renzi minaccia o promette di andarsene se non si fanno le riforme «presto», cominciano un po’ a impressionare. Non è chiaro se si tratti di un segnale forte dato in un passaggio parlamentare decisivo, o se sia un indizio di crescente debolezza del presidente del consiglio”.

Segnalo infine l’articolo di Abraham B Yehoshua sulla Stampa: “è naturale che un leader (Netanyahu) che rilascia dichiarazioni vuote tenda a credere che anche gli altri (Abu Mazen) si comportino come lui”, quando invece “parlano con grande empatia della sofferenza degli ebrei durante la seconda guerra mondiale”.

Ps. Scusate il ritardo. A ogni risveglio cerco di confrontarmi con la quotidianità. Talvolta ho bisogno di riflettere più a lungo, per pulire la macchina del caffè.

Da corradinomineo.it

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