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Arci sull’orlo della crisi, per altri 3 mesi resta Beni. Che ora è “incompatibile”

 

Nella drammatica giornata finale del congresso è rottura sui criteri di elezione del consiglio nazionale e sullo “strapotere” di Toscana e Emilia-Romagna. Nuova assembla entro giugno, Beni resta presidente, anche se la sua carica non potrà più essere retta da un parlamentare

FIRENZE – Dopo l’amicizia dovuta a una frequentazione decennale, dopo le cortesi schermaglie precongressuali, ora è gelo tra Francesca Chiavacci e Filippo Miraglia, fino a ieri mattina candidati alla presidenza nazionale dell’Arci. Uno di loro doveva essere eletto dal congresso di Bologna, ma alla fine dei quattro giorni di assemblea le posizioni sono apparse così inconciliabili che è stato deciso di rimandare il voto a giugno. “Meglio così per il bene dell’Arci”, si vociferava domenica dalla platea dei 600 delegati arrivati da tutta Italia. Un colpo di scena che non si era mai visto in casa Arci. Di solito si arrivava al congresso con posizioni univoche orientate verso un unico presidente. Stavolta no. E la più grande associazione italiana di promozione sociale è ora spaccata in due.

Francesca Chiavacci, presidente dell’Arci di Firenze, profondamente amareggiata per l’esito del congresso, è in silenzio stampa. Neppure Filippo Miraglia, responsabile nazionale immigrazione, si trova al telefono. Tra di loro, soltanto un saluto fugace durante il congresso. I nervi tesi della vigilia si sono ripercossi nei quattro giorni di assemblea. I due presidenti in pectore, fermi sulle proprie posizioni, non hanno minimamente indietreggiato l’uno di fronte all’altro.

A pesare sul voto rinviato, è stato il mancato accordo nella commissione elettorale sui criteri della composizione del consiglio nazionale (che elegge il presidente). Sembra un fatto tecnico, ma è una questione sostanziale per un’organizzazione così grande e distribuita in modo estremamente disomogeneo sul territorio nazionale. Una questione sotterranea ma vivamente dibattuta che, dicono adesso in molti, prima o poi doveva scoppiare, come un bubbone.

Filippo Miraglia è convinto che nell’Arci ci sia “troppa Toscana e troppa Emilia-Romagna” (regioni che da sole totalizzano circa la metà del milione e 115 mila soci) e aveva chiesto di riequilibrare la rappresentanza all’interno del consiglio nazionale dando più spazio ai territori più poveri e decentrati, indipendentemente dal numero dei soci che hanno queste regioni. Si parla delle regioni del sud, ma non solo: durante il congresso vari militanti del triveneto si erano infatti presentati con una maglietta con su scritto: “Nell’Arci non esistono periferie dell’impero”. Parere diverso per Francesca Chiavacci, che preferiva tutelare la quantità dei soci indipendentemente dalla loro ripartizione geografica. “Sarebbe paradossale – aveva detto nei giorni scorsi Chiavacci – che i 10mila soci della Calabria possano avere la stessa incidenza dei 200 mila soci toscani”.

Le elezioni dei consiglieri sarebbero dovute avvenire secondo il seguente sistema: 20 per cento su base regionale (ciascuna regione conta come le altre indipendentemente dal numero sei soci), 80 per cento su criteri quantitativi dei soci (le regioni con più soci hanno un peso maggiore). Una soluzione che non ha trovato d’accordo la parte rappresentata da Miraglia, che proponeva una maggiore rappresentatività dei territori con meno soci attraverso un criterio diverso sulla ripartizione di quel 20 per cento. E che soprattutto aveva chiesto che il voto sui criteri elettorali del consiglio avvenisse, cosa rarissima nei congressi Arci, con voto segreto.

I due candidati, consapevoli che la loro elezione passava proprio dai criteri di selezione del consiglio nazionale, hanno espresso le proprie posizioni dal palco, strappando applausi e qualche animata disapprovazione. Ma è stato muro contro muro e alla fine, per evitare un verdetto che avrebbe lacerato l’associazione, si è deciso di non votare e di nominare un “comitato di reggenti” che entro il 30 giugno si occupi di riconvocare un nuovo congresso.

“Niente di grave – sdrammatizza l’attuale presidente Paolo Beni, da febbraio deputato del Pd, chiamato a traghettare l’Arci fino al nuovo congresso – E’ stato giusto sospendere i lavori per evitare divisioni inopportune. Adesso comincerà una nuova fase di dialogo”. In merito ai criteri di composizione del consiglio nazionale, “è necessario trovare un equilibrio tra numero dei soci e territori” perché “è vero che ci sono territori con meno soci ma questi territori a volte portano avanti esperienze importanti e significative”.

E pensare che, oltre a vari e importanti ordini del giorno, una delle decisioni più importanti del congresso era stata quella sui motivi di incompatibilità con le cariche associative nazionale: una di queste è che il presidente dell’associazione non potrà più essere parlamentare. Il paradosso è che per almeno tre mesi dovrà essere proprio l’on. Beni a guidare ancora l’Arci, insieme a un consiglio nazionale di fatto decaduto. (js/st)

Da redattoresociale.it

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