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Angelo Agostini, maestro di giornalismo

 

di Mauro Sarti per Liberainformazione.org

 

A me, Angelo Agostini, ha sempre messo un po’ soggezione. Sarà stata la voce ruvida, la cravatta sempre indosso e quel fare un po’ troppo spiccio che lasciava talvolta poco spazio alla replica. Poi, se non mollavi e accettavi la sfida, capivi che avevi a che fare con un uomo speciale. Duro e generoso, materno e esigente. Un maestro di giornalismo, uno dei pochi.  Per me –  e non solo per me, visto i tanti che lo stanno ricordando commossi in queste ore – Angelo è stato il miglior esempio di studioso di giornalismo che abbia fino ad ora incrociato nella vita. Un esempio da seguire, uno stile da copiare. Una tecnica e un amore per il nuovo e l’imprevisto che faccio fatica a trovare oggi all’Università tra i ragazzi di vent’anni. Perderlo così, a soli 55 anni, è stata una bella sberla. Di uno come lui, che ha fatto crescere generazioni e generazioni di giornalisti, li ha allevati, accuditi, istruiti, accompagnati per lunghi anni prima che trovassero un posto decente, avevamo ancora bisogno. Uno studioso rigoroso e puntuale, poco consono agli aneddoti e alle smargiassate, essenziale e acuto, mai perfido.

Averlo come amico era un onore, andarci a cena uno spasso. Ascoltarlo aiutava ad allargare i propri orizzonti, a incatenare progetti, sogni, programmi di lavoro e di studio. Uomo onesto, Angelo. E anche quando si trovava a dover fare i conti con i simboli del potere, non era mai volgare. Mai una riga o  una parola in più, mai un dar di gomito. Amante della prosa curata, e essenziale – fin troppo – nel fraseggio via mail. Angelo Agostini lascia un profondo segno per il mondo dell’informazione del nostro paese. La  “sua” rivista, Problemi dell’Informazione, edita dal Mulino, è riuscita fino all’ultimo a essere un punto di riferimento colto e puntuale per tutti gli studiosi del genere. Le sue scuole di giornalismo, dalla Svizzera alla Iulm di Milano, passando per l’Ifg e poi Scienze della Comunicazione a Bologna, hanno sempre innovato. Prese come esempio in Italia e in Europa. Se c’era lui, era segno di autorevolezza. Se c’era Agostini, c’era da imparare qualcosa di nuovo, soprattutto per gli studenti.

Ne sanno qualcosa al Festival del giornalismo di Perugia. Tanti colleghi oggi portano addosso un segno del suo insegnamento, in decine e decine di redazioni, grandi e piccole, in tutta Italia. E quella soggezione che ti saliva quando ti affacciavi al suo studio per chiedere aiuto, ora lascia il posto al ricordo e alle tante parole stampate che ci ha lasciato. A partire da quel “giornalismi”, declinato al plurale, che ha iniziato a pronunciare nelle scuole di giornalismo e nelle aule universitarie quando ancora molti colleghi faticavano ad abbandonare la macchina per scrivere. Se ne va un maestro. Lascia buoni allievi.

da Liberanformazione.org

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