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Le gaffes della Rai

 

Alla fine delle serie di trasmissioni televisive che hanno cercato di rievocare sulla rete Uno della Rai-con le immagini,gli attori e le attrici e con le apposite sceneggiature-alcuni momenti terribili del Novecento che vanno da Piazza Fontana alla morte di Pinelli e del commissario del commissario Calabresi a Milano,infine al rapimento del giudice Sossi a Milano, ai grandi scioperi operai a Torino e alla marcia dei “quarantamila” quadri della Fiat,un senso di delusione e, persino, un pò di rabbia è venuto a chi scrive.
Chi insegna o a per molti decenni praticato la ricerca storica e l’ha insegnata a molte generazioni di studenti,in più di università della penisola ed è per giunta vissuto fino ad ieri nel Nord del paese, ma amando nello stesso tempo il cinema e il linguaggio delle immagini, è rimasto deluso per il forte manierismo che ha contrassegnato le trasmissioni e i due grossolani errori che le hanno contrassegnate:lo dico in due parole per parlare degli altri problemi.
Come si fa a dire ancora oggi nel 2014 che i quadri Fiat che scesero in piazza erano quarantamila-come scrissero i più diffusi quotidiani-quando Carlo Callieri,capo del personale di Fiat Mirafiosi-ha dichiarato che la marcia fu decisa dai vertici dell’azienda e che scesero in piazza soltanto poco più di diecimila impiegati? E ancora come si fa a ritrarre Enrico Berlinguer che tanti tra quelli che scrivono oggi hanno conosciuto bene per molti anni sia andato ai cancelli della fabbrica torinese presentandolo come un degagogo che arringava le folle quando era chiaro a chiunque lo conosceva bene che il suo viaggio a Torino fu un gesto di solidarietà per gli operai che lottavano per il mantenimento del proprio posto di lavoro?
Ma accanto ai due errori appena segnalati quello che non ha funzionato nelle trasmissioni televisive “Gli anni spezzati” che ho seguito con grande interesse, anche perchè ho diretto più di dieci anni fa – con cari amici e colleghi- la Storia di Torino pubblicata dall’editore Einaudi in nove volumi,mi è parso che l’atmosfera in cui è stata rievocata la storia difficile e tormentata della crisi industriale e dei terrorismi non fosse quella che corrispose alla realtà di quei decenni.
Se pensiamo alle vicende di Torino dobbiamo ricordare,infatti,che quelli furono gli anni del declino economico e dei tentativi che alcuni sindaci(come,ad esempio,Valentino Castellani) hanno fatto negli anni novanta e all’incontro del nuovo secolo per modificare la vocazione della capitale subalpina che aveva puntato per più di un secolo sull’industria automobilistica e meccanica piuttosto invece sul turismo nazionale e internazionale e sulle attività sportive che ricevettero un grande incoraggiamento dall’assegnazione alla capitale subalpina delle Olimpiadi invernali del 2006.
E se, nello stesso tempo, pensiamo ai grandi episodi legati ai terrorismi di ogni genere che percorsero il nostro paese dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta dobbiamo ricordare due cose essenziali. Restano ancora alcuni grandi misteri su quelle vicende sia per il mantenimento del segreto di Stato confermato dal secondo governo Prodi ancora nel 2007 sia perchè proprio su quello che è stato, senza dubbio, l’episodio centrale e più complesso-vale a dire il caso di Aldo Moro,l’uomo politico democristiano rapido nel marzo 1978 e assassinato il 9 maggio 1978, dopo 54 giorni di prigionia, dalle “Brigate Rosse” guidate da Mario Moretti-i misteri ci sono ancora ed io non so quando e come ne potremo venire a capo.

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