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La questione maschile. Caffè del 2 febbraio

 

“Si dimette”, ”si arrende”, “se ne va”. Chi? Il Presidente della Repubblica, il capo del Governo? No, solo un ometto ridicolo che pare abbia falsificato il libretto universitario e le cartelle cliniche dell’ospedale israelitico, che siede al vertice di 25 società e ne lascia soltanto una: la presidenza dell’Inps, dell’istituto che paga 21 milioni di pensioni e dal quale transita una bella fetta della spesa pubblica.

Chi è infine questo Mastrapasqua? Un imbroglione che strizza l’occhio a un esercito di mezzi imbroglioni. Un cliente che rassicura le clientele. Amico di Gianni Letta, naturalmente, e quindi nominato nel 2008 da Berlusconi, e, altrettanto naturalmente, gradito dalla Cisl e dal Pd, confermato, anzi rafforzato, da Monti quand’era al governo. Gad Lerner ci informa che Mastrapasqua non fa parte della Comunità ebraica, eppure presiede Ospedale Israelitico e Casa di Riposo degli ebrei romani. Se scavate, troverete un’onorificenza massonica e l’orma di una trama all’ombra delle Sacre Mura.

Pensate quel che volete, accusatemi pure di voler tirare la palla in alto, in tribuna, per nascondere le colpe della “politica”, ma quest’uomo mi sembra il fantasma della nostra Repubblica, il convitato di pietra, la faccia laida di tanti sogni e belle intenzioni. Dopo la guerra la “Ricostruzione” pose le basi del miracolo ma riciclò gerarchi fascisti nei monopoli e nell’apparato statale. Venti anni dopo il centro sinistra voleva modernizzare ma udì “rumor di sciabole” e abortì le nazionalizzazioni e coprì le malefatte di spioni massoni e cripto fascisti. Berlinguer capì, fino a morirne, che il nuovo dei suoi anni ci avrebbe consegnati nelle mani di truffatori, tangentisti e trafficanti d’influenza. Il “liberismo reaganiano” di Berlusconi prometteva deregulation ma riciclava ogni corporazione: alla bisogna provvedeva Gianni Letta. E dopo è andata anche peggio, perché la sinistra, illudendosi di cambiare il paese governandolo, grazie a qualche virtù misteriosamente ereditata ha abbracciato il pensiero unico, privatizzazioni, capitani coraggiosi, abbiamo una banca, evviva i tecnici che loro sì. Ora il boiardo ha il bollo del “mercato”, un curriculum (magari taroccato), tanti soldi per non sentirne più la puzza ed è inamovibile.  Al massimo si può sperare che si dimetta.

Cari amici, questo è lo stato delle cose e neppure Matteo Renzi, pure meno sfiatato di quelli che venivano da lontano, potrà farci niente. Presto la sua camera d’aspetto, a palazzo Vecchio e non a Botteghe Oscure o a Piazza del Gesù, brulicherà di Mastrapasqua, Bertolaso, Ligresti, Riva, Cefis, Guarrasi  (avvocato siciliano che presenziò alla firma dell’armistizio). Solo una mobilitazione di popolo, non episodica né populista, solo la proposta di valori e la ripresa del conflitto, la lotta al privilegio e il rifiuto di ogni mafia o congrega, potranno forse salvarci dalla nostra storia.  Intanto approviamo, almeno, questa timida legge Letta contro il cumulo degli incarichi.

Invece Lui ritorna. Sì, Berlusconi riparte dalle elezioni sarde, con Toti a fianco. Rimpiange di aver votato Napolitano Presidente. In realtà rimpiange di essersi fatto turlupinare dai suoi avvocati adoranti, di aver voluto credere che quel voto gli avrebbe garantito l’immunità. Prevede che non si voterà per le politiche prima di un anno e mezzo e annuncia di puntare al 37 per cento, grazie al premio di maggioranza al primo turno, imbarcando fascisti e leghisti, Alfano e Casini, il ministro Mauro e il bel Marchini. E’ tornato e la sinistra, che lo ha mitizzato e sottovalutato, se la fa sotto e accusa Renzi.

Guardatelo meglio, vi prego. Mostra le rughe e si porta Toti al guinzaglio, Pascale e Dudù lo accompagnano ai giardinetti.  L’elogio a Renzi lo consegna alla storia, ricorda come sia stato Lui il dominus per vent’anni. Se quando si voterà, il sindaco dovesse vincere, al secondo turno e con il supposto apporto di voti “grillini” di sinistra, beh, sarebbe una sconfitta onorevole, per il Caimano e la premessa di una rivincita, con altri alla guida della destra, quando sarà. Intanto a Lui resterà un pacchetto di mischia per difendere interessi e patrimonio della famiglia. Che per un parvenu conta molto. Credetemi, il nostro problema è convincere milioni di giovani italiani che le lobby e le mafie, le raccomandazioni e il vezzo di non pagare le tasse, la disuguaglianza e l’assenza di un’etica del lavoro sono la malattia del Paese. Non chiedetevi perché Mussolini e Berlusconi siano stati qualche tempo imbattibili, chiedetevi  piuttosto perché tanti italiani hanno provato ad imitarli.

Povero Grillo, arci italiano, buffone di corte (è un elogio, non un insulto) che conosce i vizi dei Potenti ma ne condivide la mensa. Le sue “carezze”, le “rose” vuole inviare alle parlamentari insultate, dai suoi, hanno lo stesso colore di quelle di Silvio a Veronica Lario. E di Mussolini alle amanti. E’ caduto sulla Boldrini. Poverina è donna, che volete, inadeguata a presiedere la Camera, che ci fareste se ve la trovaste a fianco in macchina?  La lingua batte sempre dove il dente duole. E il dente di Benito, di Silvio e di Beppe è sempre laggiù tra i pantaloni. Più quel dente è malandato più la lingua lo evoca.

Cormac McCarthy ha scritto. “Fa il giro e si arrampica sul cofano della Ferrari e si tira su il vestito intorno alla vita e si spalma sul parabrezza senza mutandine davanti a me. Se l’era fatta alla brasiliana. E comincia a strusciarsi sul parabrezza, mi fa questa spaccata e comincia a strusciarsi su e giù sul vetro e si sdraia sul tettuccio e si sporge di lato per vedere se sto guardando…”  Pippo Civati la chiama: “questione maschile”.

Da corradinomineo.it

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