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Il rebus della trattativa

 

Forse, di fronte all’ articolo di Giovanni Bianconi che ha riassunto per i lettori del Corriere della Sera le tesi centrali dell’imminente libro di Salvatore Fiandaca e Salvatore Lupo (due tra i migliori studiosi del fenomeno mafioso)in uscita dall’editore Laterza sulle trattative tra mafia e Stato, dovremmo prendercela soltanto con il vizio-proprio dei nostri mezzi di comunicazione-di cercare dovunque lo scandalo e la meraviglia, sperando così di attrarre lettori come quelli italiani che sono (come è noto dalle statistiche) oltre che dall’osservazione spicciola di chi vive nel nostro paese, poco attenti e inclini a leggere con attenzione articoli che riguardano la nostra storia recente e passata.

Non vorrei essere noioso (difetto che si perdona a pochi di questi tempi ) ma basta ricordare che l’Italia occupa nelle classifiche mondiali sulla corruzione e sull’illegalità di massa posti più vicini a quelli di paesi come il Togo o la Nigeria piuttosto che ai paesi europei più avanzati e, se a questi piazzamenti si uniscono quelli-altrettanto negativi- che possiamo vantare nel settore dell’istruzione di massa,avremo un quadro della complessa crisi economica, politica e morale che stiamo attraversando e della difficoltà di uscirne in tempi molto brevi.

Ma, ritornando alle trattative che hanno accompagnato con ogni probabilità l’intera storia italiana, prima e dopo l’unificazione nazionale (e non certo soltanto nel ’92-93 dove si è concentrata, data la vicinanza delle date e il terrorismo mafioso, l’attenzione dei media) il problema ha,a mio avviso, un aspetto giuridico e uno altrettanto importante storico e politico.

Sul primo è più facile trovarsi almeno in una piccola parte d’accordo con i due amici studiosi siciliani che hanno acnora dubbi sul delitto di “violenza o minaccia a un corpo politico” costruito dai giudici ma di recente ritenuto legittimo dal nostro massimo organo giurisdizionale,la Corte Costituzionale e dunque difficile da respingere anche oggi, sulla base del quale è stato impostato il processo in corso dinanzi alla Corte di Assise di Palermo che vede tra gli imputati alti ufficiali dei Carabinieri e dei Corpi speciali affini come Subranni e Mori,ex esponenti politici come Mannino e Dell’Utri ai quali è da aggiungere l’ex ministro Mancino,imputato per ora di falsa testimonianza. Che quel reato sia, dal punto di vista giuridico e costituzionale,per qualche aspetto ancora da definire e precisare in maniera compiuta , non mi pare che si possa ancora oggi dubitare .E che lo Stato in periodi di dittatura ma anche di democrazia successiva al crollo del fascismo e al ripristino delle libertà costituzionali abbia trattato segretamente con organizzazioni terroristiche o paramafiose è dimostrato (è dimostrato, ad esempio,dal sequestro Cirillo su cui scrissi,a suo tempo, un editoriale per uno dei più diffusi quotidiani della repubblica) con così grande larghezza di possibili esempi nella nostra storia. Sicchè non è il caso di citarli ancora una volta,essendo personalmente d’accordo con quel reato introdotto dai giudici e dalla Corte.

Il problema si pone, in maniera più chiara e significativa , sul piano politico per chi sa o ha accertato sul piano storico quanto sia grande il peso delle associazioni mafiose nella nostra politica nazionale. Ed è, da questo punto di vista, che le tesi dei due ottimi colleghi potrebbero suscitare qualche perplessità sia rispetto all’ottimistica affermazione di fondo che è nel titolo:  “la mafia non ha vinto” sia rispetto all’opportunità di dare ai capi mafiosi il largo spazio che più gli si è dato :non soltanto con la revoca, citata nel volume, di oltre trecento decreti di carcere duro per i mafiosi detenuti e più ancora per non aver ancora approvato a livello legislativo nè la legge sui conflitti di interesse nè quella sull’autoriciclaggio.

In questo senso non ci si può,a mio avviso, fermare soltanto all’aspetto giuridico nè a un discorso astratto sulla vittoria e sulla sconfitta del mafioso.
E’ ancora una volta necessario-e i grandi maestri di storia e di politica ce lo insegnano-guardare alle particolari caratteristiche del nostro paese che,per ripetere,una vecchia frase, non è proprio normale.
O devo concludere questa breve riflessione affermando che sbaglio ancora una volta?

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