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Le primarie in Tv

 

Comun­que le si voglia giu­di­care le pri­ma­rie del Pd sono un rile­vante momento di mobi­li­ta­zione, che va al di là di una sem­plice sca­denza di rou­tine di una parte. In un’Italia segnata dallo spro­fon­da­mento della poli­tica e della sua auto­re­vo­lezza, la vasta par­te­ci­pa­zione ai gazebo è un feno­meno sociale. Che tocca, ine­vi­ta­bil­mente, il rap­porto con il sistema comu­ni­ca­tivo. Nes­sun movi­mento atti­nente alla sfera pub­blica, del resto, può sfug­gire alla rap­pre­sen­ta­zione media­tica. Par­liamo, ovvia­mente, degli stru­menti clas­sici e della rete, quest’ultima da tempo cen­trale nella for­ma­zione dell’opinione pub­blica, non­ché del clima gene­rale, del pro­sce­nio den­tro cui si svolge la “nar­ra­zione”. «La comu­ni­ca­zione poli­tica è oggi un feno­meno per­va­sivo e con­ti­nuo, anche per­ché le sue armi ven­gono uti­liz­zate non solo in pros­si­mità del voto….è il feno­meno detto della cam­pa­gna per­ma­nente» (Grandi e Vac­cari, 2013). Non solo. Siamo in pre­senza di cam­pa­gne post­mo­derne, fon­date su di una filo­so­fia inte­grata che guarda all’insieme della varietà informativa.

Comun­que, la tele­vi­sione gene­ra­li­sta fa ancora la dif­fe­renza: il Cen­sis scrisse che i quat­tro quinti di coloro che votano si fanno un’opinione attra­verso la tv. In Ita­lia il rap­porto tra media e poli­tica è stato viziato — come è tra­gi­ca­mente noto — dal ber­lu­sco­ni­smo e dal con­flitto di inte­ressi, tanto che un’ipotetica nascita di una terza repub­blica esige una nor­ma­tiva ade­guata, volta a garan­tire indi­pen­denza e plu­ra­li­smo. Insomma, la legge del 2000 sulla par con­di­cio va allar­gata — se è vero che le cam­pa­gne durano sem­pre — e non abo­lita. E deve riguar­dare ormai anche le pri­ma­rie. La stessa Auto­rità per le garan­zie nelle comu­ni­ca­zioni nelle occa­sioni pre­ce­denti varò un indi­rizzo, assente nell’occasione recente. Dove, invece, serviva.

Mat­teo Renzi ha vinto net­ta­mente e il suc­cesso con­se­guito è fuori discus­sione. Tut­ta­via, ha goduto di un’esposizione media­tica di quasi un anno e mezzo. Soste­nuto da tante strut­ture del Pd Gianni Cuperlo ha potuto — sia pure in misura assai minore — affac­ciarsi alla ribalta. Men­tre Pippo Civati è stato in gran parte oscu­rato, come era suc­cesso anche a Gianni Pit­tella. Dai dati rac­colti dall’ottimo Cen­tro di ascolto per l’informazione radiotv nel periodo che va dal primo set­tem­bre al 6 dicem­bre, nelle edi­zioni prin­ci­pali del Tg Renzi ha avuto un bacino di ascolto di 480,4 milioni di per­sone, Cuperlo di 318,9 e Civati di 89,9; nelle tra­smis­sioni Rai, rispet­ti­va­mente 58,7, 32,5 e 25,5. Per Civati l’aggravante sta nel fatto che in qual­siasi com­pe­ti­zione ridot­tasi a tre con­ten­denti l’esclusione dalle news o dai talk o dai pro­grammi di appro­fon­di­mento è par­ti­co­lar­mente odiosa. Vi sono stati, poi, i casi cla­mo­rosi di Che tempo che fa o di In mezz’ora. Bravo il can­di­dato escluso a non aprire pole­mi­che e a usare l’ironia (come nella ripro­du­zione in stu­dio del con­fronto con Fabio Fazio), ma il pro­blema rimane. Le pri­ma­rie esi­gono una rego­la­zione che oggi non c’è, e la cui assenza può sfal­sare il risul­tato. E’ noto, infatti, che il ricordo media­tico è diri­mente nella scelta di voto. Bene ha fatto Sky a met­tere in onda il con­fronto tra i tre aspi­ranti segre­tari con le giu­ste carat­te­ri­sti­che del rispetto del plu­ra­li­smo. E’ l’esempio da seguire, imma­gi­nando un for­mat ripro­du­ci­bile. Non si capi­sce per­ché la Rai non si sia mossa in quella dire­zione, tipica di un ser­vi­zio pubblico.

Le pri­ma­rie del Pd esi­gono una rifles­sione anche da tale angolo visuale e gli stessi par­titi inte­res­sati farebbe bene a scri­vere regole pre­cise al riguardo nei pro­pri sta­tuti. Non si può fare gli ame­ri­cani (nelle com­pe­ti­zioni in Usa con­tano i secondi di pre­senza e di espo­si­zione) a metà, non pren­dendo la parte buona e arata da anni di espe­rienza delle pra­ti­che di media and poli­tics.

http://ilmanifesto.it/le-primarie-in-tv/

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