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La bugia di quei giorni. Il caffè del 14 novembre

 

Anche la Germania ha le sue colpe! Il “corpo di Berlusconi”, si spezza o non si spezza? Quanto fa paura, ancora, la mafia. Sono i tre temi su cui si esercitano le prime pagine. Ne aggiungo un quarto. Secondo Letta, è Bersani il padre delle larghe intese.

Corriere della Sera: “Ora l’Europa accusa Berlino”. E l’accusa perché “il surplus delle esportazioni frena gli altri paesi”. 20 miliardi nel 2012 il surplus commerciale, l’8 per cento del PIL, consumi tedeschi troppo bassi non offrono un mercato di prodotti dal resto d’Europa mentre la Germania chiude nelle sue cassaforti buona parte delle risorse finanziarie dell’intera Unione. Ossessionati dai fantasmi del passato (iperinflazione, storica difficoltà a finanziare la straordinaria capacità produttiva dell’industria) i tedeschi si infuriano con Barroso e sostengono di essere la formica virtuosa tra le cicale. Il guaio è che la formica sta strozzando le cicale, uccidendone la voce.  Dovrebbe, la Germania,  consumare, e quindi importare, di più o  versare al fondo Salva Stati, non meno (come avviene) ma il doppio di quanto non facciano Francia e Italia sommate fra loro. La Stampa ricorda che Bruxelles riprende pure l’Italia: “Attenti ai rischi politici”. Tremila emendamenti alla legge di stabilità. “Debito, disoccupazione e povertà, troppo alti”.

“Berlusconi-Alfano, duello finale” titola Repubblica. “PDL, vertice nella notte. Decadenza,  il voto a rischio rinvio”. “Incontri e scontri, le ore decisive sul futuro del PDL”, racconta il Giornale; ma il Foglio sostiene che Berlusconi è Uno, nessuno e centomila. Occhiello: “Caos organizzato”. Titolo: “Il metodo Berlusconi, ovvero l’arte di essere se stesso e tutti gli altri”. Nella notte l’incontro si è concluso senza concludere. Il consiglio nazionale resta fissato per sabato, ma restano 48 ore per evitare la rottura. Berlusconi, si sa, vuole tutto il partito ai suoi ordini, unito come un sol uomo nel ricatto contro il Pd e il Parlamento perché non voti la decadenza, non tocchi il conflitto d’interessi e metta in mora i giudici che pretendono di esercitare (persino su di Lui) il controllo di legalità. Alfano è  lo zerbino del  Capo, ideologicamente, psicologicamente ed economicamente subalterno, ma ora teme che Verdini e Santanché se lo mangino vivo e chiede garanzie. Molti tra i “lealisti” ormai sanno che il tempo di Berlusconi è scaduto, che la destra dovrebbe battere nuovi sentieri, ma vorrebbero che il Capo li liberasse prima da Alfano, Quagliariello, Lupi, Lorenzin, che considerano parassiti senza idee né consenso.

“Lo Stato e la mafia contro i giudici scomodi”, titola il Fatto. La mafia perché minaccia, lo Stato (il CSM) perché li mette sotto inchiesta. Su Repubblica, Luigi Ciotti scrive una lettera aperta a Di Matteo: “Il Paese è cambiato, caro Nino non sei solo”. E “Nino”  risponde: “Resto a Palermo. Non mi nascondo. La gente vuole la verità come me”. Sempre Repubblica.

Marco Politi e Marco Lillo, sul Fatto, tornano sul rischio ndrangheta anche per il Papa. Il secondo, dubita che gli uomini addetti alla sicurezza vaticana rappresentino una garanzia per il Pontefice, il primo scrive:  “La svolta di Francesco tocca interessi corposi, disturba intrecci di malaffare tra mafie e settori clericali, infastidisce profittatori piccoli e grossi, suscita robuste resistenze passive. C’è un verminaio su cui far luce.” Non solo “ndrangheta” contro Francesco. Il Foglio, infatti, se la prende con “il questionario di Pietro” sulla condizione dei credenti divorziati e risposati. “La chiesa di Francesco è diventata il luogo delle opinioni, piuttosto che delle verità. Intanto un’acqua torbida e tumultuosa vorrebbe spazzare via il muro dottrinale che protegge l’indissolubilità”,  Insomma, Francesco in odore di eresia.

Repubblica. “Letta fa asse con Bersani: si è immolato, non è vero che il governo è poca cosa”. La Stampa. “Letta: Bersani si è immolato per le larghe intese e chi dice che faccio poco ricordi il caos da cui venivamo”. Il premier è corso a presentare il libro di Chiara Geloni e Stefano Di Traglia, Giorni bugiardi. E il cerchio si chiude. I due raccontano quel che purtroppo avevamo capito, che Bersani concepiva il  “cambiamento” solo come una “lenzuolata” di provvedimenti da far approvare al governo, non come rinnovamento profondo delle istituzioni, tant’è che volle condividere la scelta del Presidente della Repubblica con Berlusconi. Abbiamo capito che i collaboratori di Bersani attribuiscono il “tradimento” dei 101 alle trame di D’Alema e di Renzi, e che il segretario restò zitto “immolandosi”, come ora dice Letta, “per favorire le larghe intese”. Era la cosa giusta? Secondo Letta, ovviamente, sì: «In quei tre giorni, in cui non siamo riusciti a eleggere un presidente della Repubblica, la nostra democrazia ha sbandato. Adesso invece c’è un governo e c’è una larga maggioranza in Parlamento».

Io penso che in quei tre giorni abbia “sbandato” il gruppo dirigente del Pd, che non ha avuto il coraggio di ammettere la sconfitta elettorale, che non seppe proporre un candidato esterno all’establishment come Presidente (penso a Stefano Rodotà), che non se la sentì  di convocare subito il congresso e dire tutta la verità su quei “giorni bugiardi”.

È ora, non ad aprile,  che “sbanda la democrazia”. Perché ci trasciniamo ogni giorno sotto il ricatto di Berlusconi, perché il governo che presenta una finanziaria senza idee e autorizza un diluvio di emendamenti, perché l’arrabbiatura, la passione critica dopo i giorni bugiardi, si sta trasformando in sfiducia intrisa di sospetto. Temo che l’intero gruppo dirigente che il Pd aveva mutuato da PCI e DC si sia definitivamente suicidato.

Da corradinomineo.it

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