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I boss della Scu comandavano dal carcere

 

di Antonio Nicola Pezzuto

Quindici arresti e ventisei indagati, tra cui due minori. Questo il risultato dell’operazione “Rematior II” portata a termine dai militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Brindisi, guidati dal Maggiore Giuseppe Maniglio. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal Gip Simona Panzera su richiesta del Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia Alessio Coccioli e del Procuratore Aggiunto della Procura di Brindisi Nicolangelo Ghizzardi.

Associazione a delinquere di stampo mafioso, rapina a mano armata, lesioni, detenzione abusiva di armi, furto, associazione finalizzata allo spaccio e favoreggiamento. Questi i reati contestati ai componenti del clan.

L’inchiesta nasce dall’intercettazione dei colloqui in carcere tra l’ostunese Albino Prudentino e i suoi familiari. Al centro delle conversazioni, le indicazioni date dal Prudentino ai suoi al fine di consentire l’apertura di un’agenzia di scommesse a Marianna Carrozzo, cioè alla compagna diLeandro Luggeri. Questi ultimi sono due dei più importanti personaggi coinvolti nelle indagini: lui è un uomo di fiducia del presunto capo dell’organizzazione, Salvatore Caramuscio alias “Scaramau”, lei, è la “luogotenente”, com’è stata definita nella richiesta di custodia cautelare,firmata dal Pm Alessio Coccioli. Il suo compito non era solo quello di fare da tramite tra il compagno detenuto in carcere e i suoi sodali, ma anche e soprattutto quello di vera manager del gruppo che gestiva gli affari, organizzava il traffico di droga e manteneva equilibrio e ordine all’interno del clan. Alla Carrozzo, il Prudentino era disposto a fornire slot machine e computer. In pratica, una cointeressenza nella gestione degli affari tra il sodalizio della Sacra Corona Unita del Nord di Brindisi e il sodalizio della Scu del Nord Salento. A capo di quest’ultimo, come emerso dall’inchiesta, Salvatore Caramuscio, nonostante fosse detenuto da tempo.

L’aiuto economico, che veniva fornito alle famiglie degli affiliati in carcere, è uno dei punti fermi su cui si basa la Dda nel contestare l’accusa di associazione mafiosa.

L’attività principale del clan era il traffico di sostanze stupefacenti, soprattutto cocaina. Dalle intercettazioni è emerso che il gruppo di Caramuscio faceva pagare una “tassa” di trecento euro alle altre organizzazioni criminali che avessero voluto spacciare sul suo territorio.

Il sodalizio per mantenere il controllo del territorio adottava metodi violenti, sia nei confronti di gruppi rivali, sia nei confronti dei cittadini. Infatti, le indagini hanno appurato che, in alcuni casi le vittime di alcune rapine abbiano fatto finta di non sapere chi fossero i rapinatori pur avendoli riconosciuti.

«Il dato più preoccupante è che queste associazioni continuino ad agire con i capi detenuti – afferma il Procuratore Cataldo Motta -. Che si riesca a dare gli ordini all’esterno è un dato storico di queste associazioni di tipo mafioso che continuano ad agire sul territorio con ordini che vengono portati all’esterno tramite familiari, come in questo caso, anche di sesso femminile. È sempre più ricorrente la presenza femminile proprio con questo ruolo. In questo caso la donna sostituisce il compagno Leandro Luggeri nell’attività di collegamento con il gruppo di Luggeri che trafficava sostanze stupefacenti e quindi mantenere i contatti con i fornitori. Un ruolo sostitutivo, sussidiario rispetto a quello del suo compagno». Il Procuratore si sofferma poi, sulle caratteristiche dell’organizzazione criminale: «Ci sono delle rapine violente, ci sono degli episodi punitivi che rientrano negli aspetti che caratterizzano l’associazione di tipo mafioso che agisce sul territorio con queste modalità. Non ci sono fatti nuovi, non sono fatti ai quali non siamo abituati».

da liberainformazione.org

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