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Una sinistra che non cambia è di destra. Caffè del 28/10

 

“Renzi: mai più al governo col PDL”, La Stampa. Corriere della Sera: “Sfida per il governo. Dalla giustizia al bicameralismo. No a larghe intese. Legge elettorale come per i sindaci”. La Repubblica sceglie di aprire con una sua intervista al ministro (sta con Renzi) Del Rio:  “Province, abolite entro l’anno”. Ma la foto del sindaco di Firenze appare a pagina 2: “Basta con gli inciuci, ma non puntiamo alle elezioni subito. Va fatta la riforma della giustizia”. Il Giornale fa finta di ignorare Renzi, colpevole di tacere su B. e lo relega a pagina 7. Mentre in prima se la prende con il governo e il partito delle tasse: “Nuovo attacco alla casa. I Comuni potranno alzare la nuova aliquota della Tasi oltre il 2,5 per mille.E con è scongiurato il ritorno dell’IMU”.

Commenti. Secondo Diamanti “a Berlusconi interessa associare le primarie del Pd e il ri-nascimento di FI. Ma anche le due leadership, Renzi e appunto se stesso… c’è l’intenzione, o almeno la speranza, di saltare sul carro di Renzi”. Per far rivivere venti anni dopo, magari per la figlia Marina, il sogno di Forza Italia. “ A Matteo Renzi – scrive Diamanti – questo inseguimento al contrario (rispetto al tempo in cui tutti inseguivano Berlusconi) non dovrebbe dispiacere affatto. Anzitutto perché B. non è certo finito, ma è vecchio. Poi perché il rafforzamento di Berlusconi significa il logoramento di Letta e delle larghe intese”. L’editorialista di Repubblica spiega che Letta è l’unico leader in grado di sfidare Renzi e che il tempo non gioca necessariamente a favore del sindaco. Il quale dovrà occupare il prossimo anni a “rottamare il Pd”. “In questo partito, erede di partiti di massa – nota Diamanti –  non a caso non ha voluto bandiere di partito. A Renzi interessa andare oltre le tradizioni e la storia di chi viene da lontano”. Insomma, oltre coloro che si pretendono eredi del PCI e della DC.

“Una sinistra che non cambia è di destra”. È lo slogan della Leopolda che mi è sembrato più riuscito. Segno che Renzi ha capito. Poco più di un anno fa perse (politicamente) le primarie, in particolare al ballottaggio con Bersani, perché puntò ad avere molti voti delle destra mentre tentava di diventare candidato premier di una coalizione di sinistra. Al contrario, già allora la sua forza si coglieva piuttosto “nelle cucine delle feste de l’Unità”. Ex militanti comunisti che non sopportavano più il gruppo dirigente DS-PDS. Che ne consideravano i capi vecchi, sordi, capaci solo di guardarsi l’ombelico. Un anno dopo, quel gruppo dirigente si è suicidato.  Scegliendo l’uomo sbagliato per il Quirinale (Marini invece di Rodotà), poi con il pasticcio dei 101 e, infine, andando in pellegrinaggio da Napolitano, per consegnargli partito e governo. Nel nome delle larghe intese. Ora sono assenti dal congresso. In parte sono saltati sul carro del sindaco, in parte cercano di usare il pur bravo Gianni Cuperlo per dimostrare che contano ancora nel partito.  Quando gli chiedi: perché dal “cambiamento” siete passati alle “larghe intese?” Farfugliano: “Perché non abbiamo vinto le elezioni”. Colpa degli elettori, insomma. Non gli resta che Crisafulli, dice Pif a Firenze. E Renzi incassa.

Ma secondo Antonio Polito: “Il giovane leader è troppo solo: è un one-man-show: alla Leopolda faceva il regista, il conduttore, il dj… A differenza di Renzi, Blair aveva Gordon Brown che preparava le politiche economiche da applicare una volta arrivato al governo… David Miliband che sfornava idee nuove… e Bill Clinton che lo spingeva da Washington”. Non ha torto il commentatore del Corriere. La sua solitudine e una certa improvvisazione possono tarpare le ali di Matteo Renzi. Ieri Fassina lo ha preso in giro sul suo blog per aver presentato come misure strutturali quelle che erano invece provvedimenti una tantum. Cose buone per abbattere il debito ma non misure che possano finanziare stabilmente, come il sindaco aveva sostenuto a 8 e 1/2, un taglio drastico del cuneo fiscale. Niente più che un infortunio, del quale, trattandosi di economia, non si è accorto quasi nessuno. Ma Matteo farebbe bene ad ascoltare e a confrontarsi con un altro Pd che potrebbe inverare la sua voglia di vincere e la capacità di far politica. Da Fabrizio Barca, per il quale essere partito di governo significa sperimentare nella società idee e proposte innovative, alla mozione Civati, che raccoglie idee, suggerimenti, speranze ed entusiasmo di tanti, alla lucida disamina del fallimento di una generazione (e di un ceto politico di partito) di Walter Tocci. Renzi saprà ascoltare, vorrà dialogare o preferirà collezionare consensi?

Finisco con l’Usigrai, potente sindacato dei giornalisti della Rai: “l’azienda va ristrutturata non privatizzata”. Parbleu! Non è mai troppo tardi! Ma mi chiedo se giornalisti e sindacato non avessero potuto capire prima che Gubitosi non stava ristrutturando l’azienda e dunque si stava preparando a cederla. Mi chiedo da tempo perché l’Usigrai non provi a uscire dal ghetto della corporazione proponendo un contratto unico per l’informazione, che valorizzerebbe, con grande vantaggio per l’azienda, compagni di lavoro (assistenti, tecnici, impiegati) oggi trattati come paria . Perché, ancora, non sperimentare “il percorso del gambero”, per una parte di quei tanti (troppi) giornalisti dirigenti utilizzabili in quel ruolo? Con le risorse liberate, si potrebbe incentivare il merito. Contratti milionari. Da tempo la Rai, quando vuol pagare meglio un conduttore, gli propone di licenziarsi. Dopo a lui, e al suo produttore o alla agenzia che lo rappresenta, verranno riconosciuti compensi anche 10 volte superiori. Così si fabbricano i milioni di Bruno Vespa. E un bel gettone di merito e il giornalista che resta nella scuderia permanente del servizio pubblico, no?  Assunzioni. Per me la via maestra è riconoscere ai Direttori la possibilità di scegliere chi, per una prima e unica volta, possa accedere a un contratto a termine. L’assunzione, solo per concorso, tra chi sia stato già messo alla prova. È così pazzesco?

da corradinomineo.it

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