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Lampedusa: devono cambiare le nostre leggi, il nostro sguardo, le nostre priorità , la nostra economia, la nostra accoglienza…

 

Ora sono tutti d’accordo. Questi morti non ci dovevano essere. Gli altri, i 25mila degli ultimi 20 anni invece potevano andare. Era necessario che morissero in massa sotto i nostri occhi, a centinaia, giovani, uomini, donne, bambini perché l’Italia, l’Europa e il mondo aprissero gli occhi su questo dramma umanitario che ha trasformato il Mediterraneo in un gigantesco cimitero senza croci, senza lapidi, senza nomi e senza memoria.

Le ripetute richieste di aiuto e di intervento del sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini sono state accolte dal Papa, ma non dal governo italiano, che adesso si affretta a rendere omaggio alle vittime, a proclamare il lutto, a piangere su quelle vite finite. Troppo presi da lotte politiche che poco hanno a che vedere con la vita della gente, italiana o straniera che sia, nata qui o sbarcata nella speranza di rinascere.

E’ troppo poco ed è troppo tardi, verrebbe da dire. Ma forse non sarà  troppo tardi per i prossimi. Forse, se i governi e le istituzioni nazionali e sovranazionali faranno sul serio, questa tragedia potrebbe servire a ripensare le politiche migratorie, finora più orientate alla protezione delle frontiere, alla sicurezza della fortezza Europa, al respingimento di quegli uomini e quelle donne i cui corpi oggi sono allineati sul molo di Lampedusa o sepolti nel piccolo cimitero dell’isola o sono stati accolti dal mare. Quegli stessi per i quali oggi l’Italia proclama il lutto nazionale. Quei bambini privati del diritto a crescere e a diventare adulti.

“Loro non smetteranno, loro non si fermeranno” dice Giusi Nicolini. Dobbiamo cambiare noi. Ha ragione il sindaco. Devono cambiare le nostre leggi, il nostro sguardo, le nostre priorità , la nostra economia, la nostra accoglienza, la nostra sensibilità , la nostra politica. Dobbiamo cambiare noi. E in fretta.

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