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La seconda domanda. Il caffè del 21 ottobre

 

“Monti, attacco al governo”, dice La Stampa. Ma quando mai! Secondo Repubblica, il governo (e la manovra) debbono guardarsi non da Monti ma dall’arrembaggio degli emendamenti di partito. “Manovra, un assalto da 10 miliardi. IMU, cuneo fiscale, statali, cassa integrazione: ecco tutti i costi delle modifiche dei partiti”: Repubblica dixit. Più ottimista il Corriere, secondo cui qualche risorsa potrà spuntare dalla valorizzazione di caserme, carceri ospedali: “sei miliardi dagli immobili”. È un sempre verde delle politiche di bilancio. Se ne parlò per la prima volta a fine anni 80, con Goria premier.  Il Giornale invece rivela “una stangata nascosta”, su proprietà e casa. ”Tasse, scoperto il trucco” (di Letta), è il titolo.

Stamani ero stato invitato da Gerardo Greco ad Agorà. Dunque, caffè in ritardo e me ne scuso. Ma anche il tentativo, non inutile, di fare i conti con la protesta di chi si accampa a Porta Pia. Ho detto in trasmissione che democrazia è conflitto e confronto. Se la complessità del malessere sociale e democratico si esprime con azioni di resistenza democratica, venendo a Roma, cercando un confronto e non solo gridando la propria sfiducia, questo è sicuramente positivo. È una notizia molto buona. Aggiungo che democrazia è  semplificazione. Se i “movimenti” non provano a semplificare, qualcuno lo farà per loro. È il caso delle immagini sugli scontri che fanno il giro delle televisioni. Se vuoi “uscire” in altro modo, fatti percepire come chi esprime ragioni e pone  domande, ti devi organizzare e semplificare il messaggio. Mi pare, dalle interviste che ho ascoltato, che a Porta Pia ci stiano provando.

Naturalmente, poi, c’è Laura Comi che, sfoggiando una strepitosa camicia di taglio maschile e una capigliatura inappuntabile, spiega che i ragazzi (a cui dà del tu ritenendosene coetanea) devono, prima, abiurare le colpe dei violenti. Non solo quelle dei fratelli – persino Alfano ha riconosciuto che la manifestazione non è stata violenta – ma anche quelle dei padri, perché, come disse il lupo all’agnello, se per caso non fosse stato lui a bere l’acqua del ruscello, qualcuno l’aveva comunque certo bevuta un giorno, fondando così  il diritto del lupo di rivalersi sull’agnello.

Ma ad Agorà si è accennato anche allo statuto particolare delle valli alpine, motore dell’unità d’Italia e lasciate da parte nell’edificazione dello Stato risorgimentale. Da tempo la Val di Susa, ferita da autostrade e ferrovie, si è sentita spinta verso forme di auto organizzazione statuali, forme che avrebbero, tuttavia, potuto separarla e ghettizzarla rispetto al resto del Paese. Credo che i dormienti presso Porta Pia offrano un’occasione anche agli abitanti di quella Valle (e alla politica distratta)  di riannodare un dialogo. Democratico, lontano dalle minacce a Caselli, dai caschi e dal gioco della guerriglia, come dalla criminalizzazione come alibi per non ascoltare.

Ma sull’Unità, Matteo Renzi dice che di “larghe intese” non vuol saperne. Civati e Pittella lo sostengono da tempo. Ora tocca a Cuperlo. Il suo documento critica a fondo il ventennio segnato da Berlusconi e dalla subalternità della sinistra. Bene. I governi Monti e Letta, ma soprattutto l’idea delle larghe intese lanciata da Napolitano l’8 di aprile commemorando Chiaromonte, sono la continuazione del bipolarismo berlusconiano con la scusa di volerlo superare. Sono animate, le cosiddette larghe intese, dallo stesso paternalismo istituzionale. Dall’idea che il conflitto sia rischioso e che perciò bisogna irretirlo, che la società sia ormai troppo frammentata e incline a derive populiste. E che perciò sia indispensabile calare dall’alto una grande riforma. A costo di doverla scrivere con Berlusconi, che è stato ed è il problema ma diventa (in uno schema onirico) parte decisiva della soluzione. Riformare la Costituzione insieme a chi la vuole minare dalle fondamenta, annullando e inibendo ogni controllo di legalità che lo riguardi.

Gianni Cuperlo, è il momento di mostrare coraggio. Accetta un dialogo con Renzi, con Civati e Pittella, su larghe intese, riforma elettorale, Europa, lavoro e partito. Fabrizio Barca e io, che non siamo candidati né abbiamo scelto di parteggiare per uno dei candidati, ci proponiamo di organizzate un tale confronto. Si può fare? Accetterà, Renzi, che gli sia posta la seconda domanda, quella che lo costringe ad andare oltre l’effetto dell’annuncio? Sarebbe bello se un tale dibattito si facesse, con qualche ora davanti, senza platea televisiva, ma davanti a un pubblico di democratici in sensi e sentimenti, che ascoltano e chiedono.

Ho sentito Monti da Lucia Annunziata e ho avuto la sensazione che, alla fine, si identifichi parecchio con Enrico Letta. E per questo lo critichi in modo severo. Come Letta, Monti avrebbe voluto fare di necessità (il governo tecnico) virtù. Ma è poi finito sotto il giogo dei veti, costretto a una navigazione sempre più contraddittoria, fino a produrre una legge di stabilità recessiva e inconcludente. Oggi dice a Letta che si è inginocchiato davanti a Brunetta, cancellando l’IVA , e sta cedendo a Berlusconi (al suo diktat contro lo Stato di diritto) a forza di inseguire  Alfano e Casini, Lupi e Mauro, democristiani immaginari. Come dargli torto?

Fassina, invece, sostiene di non essere un Pierino, e dunque annuncia che sosterrà una politica economica che non condivide, sperando di aggiustarla in corso d’opera. Ma intanto crescerà il rifiuto, rientreranno le finestre di opportunità che si sono aperte con Porta Pia, si rafforzeranno populismi di ogni sorta. Alla fine il volenteroso Fassina non sarà riuscito a cambiare la politica economica e si farà scudo proprio di quei radicalismi che non gli avranno consentito di riformare. Caro Fassina, credo che tu abbia votato Prodi alla quarta votazione, come so che hai votato Marini alle prime tre. Ma stai cadendo nella trappola dei 101. Scegliendo di governare a tutti i costi non si governa affatto e si creano invece nuove condizioni per il non governo.

da corradinomineo.it

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