Obama tra pacifismo e saggezza

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Quando, non più di una decina di giorni fa, scrivemmo che per fortuna alla Casa Bianca oggi c’è Barack Obama, ossia un presidente di straordinaria caratura intellettuale, notoriamente paziente e da sempre pacifista, qualcuno sorrise e qualcun altro commentò: i soliti pacifisti illusi! All’epoca, in effetti, sembrava che i raid americani contro i siti strategici del regime di Damasco fossero oramai imminenti, nonostante la minaccia di Putin di sostenere Assad in caso di un eventuale attacco statunitense e malgrado le riserve dello stesso Obama che, non a caso, pur potendo procedere autonomamente, si era rimesso alla decisione del Congresso.

Poi c’è stato il G20 di San Pietroburgo ed evidentemente, mentre in Italia proseguiva un surreale quanto sterile dibattito fra la posizione interventista e quella pacifista, Obama e Putin si sono guardati negli occhi e, al pari di Kennedy e Chruščëv nel lontano 1962 (ai tempi della crisi dei missili a Cuba), devono aver valutato con la massima attenzione le imponderabili conseguenze di un’azione di guerra in una regione del mondo che, oltre ad essere sempre stata una polveriera, è attualmente soggetta alle infiltrazioni e alle brame di potere del peggior terrorismo islamico, in molti casi riconducibile ad Al Qaeda, desideroso di rovesciare i governi esistenti per trasformare tutto il mondo arabo in una sorta di Afghanistan. Infine, c’è stata l’azione del Papa: un messaggio forte, potente, più che mai incisivo, capace di parlare al cuore dell’intera comunità internazionale, credenti e non, e anche al mondo islamico e ai fedeli delle altre confessioni religiose, ponendo al centro della scena mondiale una volontà di dialogo, apertura e confronto che non si vedeva dai tempi del Concilio Vaticano II.

Perché papa Francesco è molto più di una semplice riedizione del “Papa buono”; al contrario, è un leader a tutti gli effetti, la cui azione morale, politica e spirituale risalta ancora di più in un Occidente privo di leadership credibili e anche solo di un’ideologia in grado di indicare una visione alternativa del mondo. Per questo la giornata di digiuno e preghiera, indetta dal Papa per lo scorso 7 settembre e culminata nella veglia in piazza San Pietro, alla presenza di circa centomila fedeli, ha avuto un’eco planetaria: perché è apparsa limpida e disinteressata, non gravata né dagli interessi commerciali, strategici e geo-politici di Putin né dalla necessità, sinceramente alquanto semplicistica, di Obama di tener fede al suo proposito di punire Assad nel caso in cui avesse passato la “linea rossa” dell’impiego di armi chimiche contro la popolazione civile.

Non a caso, da quel momento in poi la strada perigliosa delle armi ha ceduto progressivamente il passo al percorso politico e diplomatico da tempo auspicato dalla ministra Bonino e da gran parte dei paesi europei, eccetto la Francia di un Hollande oramai in caduta libera nei consensi e costretto a recitare la parte del guerrafondaio a oltranza che assai poco si addice a un uomo di sinistra. Da qualche giorno, poi, su proposta di Putin e del suo ministro degli Esteri, Lavrov, impegnato proprio in queste ore in un vertice a due a Ginevra con il collega americano Kerry, lo sbocco diplomatico della vicenda è sorretto dalla concreta ipotesi di una resa non dichiarata da parte di Assad che, per evitare l’attacco, dovrebbe consegnare per intero il proprio arsenale chimico e, con ogni probabilità, benché ancora se ne discuta solo ufficiosamente, scegliere la via dell’esilio: la stessa che gli analisti e i commentatori più avveduti avevano invocato a suo tempo per Saddam ma che, purtroppo, naufragò insieme alla folle guerra del “war president” e dei suoi alleati, le cui conseguenze condizionano e minano tuttora gli equilibri globali.

Solo allora, senza più l’incubo delle armi chimiche e con Assad fuori dai giochi, la comunità internazionale potrebbe finalmente porsi il problema di come risolvere le innumerevoli emergenze (umanitaria, politica, di convivenza civile ecc.) che affliggono la Siria e di quali siano gli strumenti più appropriati da utilizzare per far sì che il paese non cada dalla padella di un regime feroce e repressivo alla brace di organizzazioni terroristiche il cui unico scopo è quello di approfittare di ogni occasione favorevole per promuovere i propri piani di guerra totale all’Occidente.

Affinché ciò accada, però, per una volta Obama dovrà fare appello alla sua proverbiale saggezza ma, al tempo stesso, accantonare la sua altrettanto proverbiale prudenza perché il tempo stringe, i profughi in fuga dalla miseria e dalla disperazione si contano oramai a milioni, le nazioni confinanti, per giunta tutt’altro che stabili, sono allo stremo e il rischio che l’ala moderata e dialogante dei ribelli venga soppiantata dalle frange qaediste cresce di giorno in giorno. È adesso che Obama è chiamato a dimostrare di essere uno statista all’altezza della sua fama e delle sue promesse, anche perché lasciare il pallino dell’iniziativa nelle mani di Putin potrebbe arrecare conseguenze alquanto sgradevoli sia all’America sia a un’Europa lacerata ed egoista come mai nella sua storia.


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