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La “rivoluzione” di un solo uomo, ma la mafia non esiste

 

Nei commenti è stata definita “rivoluzione”. Se fosse stato qualcosa di più profondo e radicato doveva essere segno di un “cambiamento dei tempi”. No, purtroppo non è così, è solo il gesto di ribellione di un uomo, un imprenditore, contro la richiesta estorsiva di un paio di mafiosi. Pur sempre un fatto importante che però non tutti hanno letto come tale. C’è chi ha scavato per ridimensionare. Ed è cosa grave perché rischia di mandare all’aria la “rivoluzione”. La notizia è nota. Gregory Bongiorno imprenditore di Castellammare del Golfo, provincia di Trapani, giovane amministratore con la sorella Silvia, azienda che da decenni opera nel campo della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, con appalti in Sicilia e fuori dalla Sicilia, ai primi di agosto ha ricevuto una visita che sperava più di non ricevre, quella di un mafioso che gli chiedeva il pizzo per l’anno in corso, gli arretrati e un posto di lavoro. Bongiorno era sbigottito al massimo e ha cercato di cautelarsi in vari modi per convincere il testardo interlocutore, e cioè che l’Agesp non era solo sua, che prendere la grossa cifra chiesta, 60 mila euro, in banca avrebbe fatto scattare automatici accertamenti bancari, e inoltre la circostanza che lui da qualche mese era diventato il presidente di Confindustria gli imponeva l’obbligo di non pagare, “ni cunsumano tutti e due”, ma il mafioso non ha desistito. Bongiorno ha preferito allora denunciare. Strada obbligata. Per il codice etico di Confindustria? Forse non solo. C’è chi si è impegnato tanto per ricordare che l’Ages proprio trasparente non è, che Bongiorno aveva pagato in passato. Tutto vero, ma quello che è accaduto nel tempo non può essere dimenticato. In punto di morte Girolama Ancona, madre del Bongiorno, prima di lui titolare dell’impresa, aveva affidato ai figli i segreti sulle ingerenze che nel tempo l’Agesp aveva subito da Cosa nostra. A cominciare dall’omicidio del padre dei due rampolli di casa Bongiorno e del marito della Ancona, Vincenzo Bongiorno, ammazzato in un delitto di mafia nel 1989. Il racconto sulle estorsioni subite la Ancona lo fece anche ai pm di Palermo e a loro permise così di far condannare il cassiere della cosca di Castellammare, Mariano Saracino. Se tutto questo vi pare poco, ma non lo è. A parte la storia travagliata che un’azienda può avere, i silenzi perduranti per anni, oggi un velo che copriva tante schifezze è caduto e se ne deve prendere atto. Giorlama Ancona fece condannare Mariano Saracino uno che si rapportava con i grandi boss della mafia siciliana. Suo figlio oggi ha fatto arrestare Mariano Asaro un altro mammasantissima. Asaro è in cella con un fine pena nel 2024, se venisse condannato anche per i fatti denunciati da Bongiorno andrebbe incontro ad un’altra pesante condanna. Chi ha dei dubbi dovrebbe meglio riflettere. La denuncia per la prima volta a Trapani non è arrivata dopo il blitz, ma prima, permettendo di fare scattare le manette. E’ poca cosa? Non direi. C’è semmai il solito schema che scatta a Trapani, appena l’antimafia fa passi in avanti ecco che c’è qualche schizzo di fango che viene gettato, in buona fede per qualcuno ma anche in malafede per altri, c’è sempre qualcuno che ne sa una più del diavolo. Sono oramai atteggiamenti conosciuti. Non è però la scelta di Bongiorno un segno dei tempi che cambiano, è ancora troppo isolata tra gli imprenditori trapanesi per essere così definita. Una rivoluzione certo. Bongiorno è presidente di Confindustria Trapani. Lì ha fatto carriera, presidente dei giovani imprenditori, presidente vicario, presidente dalle dimissioni del suo predecessore Davide Durante. Proprio Durante e Bongiorno hanno vissuto il periodo caldo dopo la introduzione del codice etico. Nel silenzio più assoluto proprio all’indomani della introduzione del codice etico voluto dall’allora presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, era rimasto vicario (predecessore di Bongiorno), tale Giuseppe Marceca che aveva nascosto a tutti una condanna con patteggiamento per avere favorito Cosa Nostra. Quando la cosa spuntò sui giornali fu uno scandalo. Il presidente Durante ne pretese le dimissioni e avviò concordandola con Lo Bello la fase delle verifiche. Risultato? Prima ancora che ad alcune imprese arrivassero le richieste di documenti per vagliare le loro posizioni innanzi alla giustizia, una decina di imprese annunciarono le loro dimissioni da Confindustria: ma non erano imprese non in regola…erano imprese “pulite” che però avevano deciso di non accettare metodo e codice etico. Ecco questa è la realtà imprenditoriale che riguarda Trapani e Confindustria che nel frattempo, nello stesso periodo, decideva di costituirsi parte civile a Marsala nel processo contro Matteo Messina Denaro e Giuseppe Grigoli. Unica parte civile. Nel passaggio di presidenza tra Durante e Bongiorno poi a Trapani è successo di tutto. Si è aperta, grazie alle indagini di investigatori e inquirenti,  la maglia dei sequestri e delle confische ai danni di imprenditori anche iscritti a Confindustria. Nei loro confronto il neo presidente Bongiorno non è stato tenero di parole. Anche in questo caso pochissimi” hai fatto bene” e invece tante critiche. Oggi con la sua “rivoluzione” Gregory Bongiorno torna a parlare con questi imprenditori. Lui ha denunciato un paio di estorsioni, dopo quelle che aveva denunciato la madre, loro, gli imprenditori che hanno subito sequestri e confische, Grigoli, Nicastri, Tarantolo, Morici, per fare alcuni nomi, dovrebbero seguire l’esempio di Bongiorno decidendo di raccontare molto di più: non il pizzo pagato, ma le collusioni, gli inciuci, gli intrecci tra la mafia, la politica, ciò che si è deciso nei salotti buoni della città. Questo si che diventerebbe un segno del cambiamento dei tempi. A Trapani in questo momento è sotto processo uno dei “padroni” della città, il senatore Antonio D’Alì. La Dda di Palermo ha chiesto quasi 8 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per tutti i fatti che lo vedono protagonista da quando aveva come campieri nei suoi terreni di Messina Denaro, sino a quando accettò la mediazione della mafia su elezioni, appalti, ed altro ancora. Le difese hanno dato dei visionari ai pm. Cosa a Trapani in generale si pensa del processo D’Alì lo ha detto il sindaco, un ex generale dei carabinieri, Vito Damiano, candidatosi ed eletto l’anno scorso proprio avendo il sostegno di D’Alì. Damiano come il suo predecessore Fazio, anche lui Pdl, sebbene litighino oggi su tutto sono stati d’accordo nel non fare costituire il Comune di Trapani nel processo come parte civile. A Damiano un giornalista, Marco Bova, per il quotidiano La Sicilia ha chiesto: “Come pensa che potrebbe cambiare la politica se dovesse giungere una condanna ai danni del senatore D’Alì? Non è un problema che mi riguarda – la risposta del sindaco –  Non lo so, io guardo i problemi concreti e poco mi interessa della condizione della politica trapanese. Non ho il tempo di pensare a queste problematiche. Da elementi storici Trapani risulterebbe come una città in mano al malaffare e a quei poteri forti in grado di condizionare l’attività politica. In 15 mesi in cui sono qui non ho percepito nulla ho sentito la pressione. Voglio dire che di questi poteri forti, queste consorterie di cui non escludo l’esistenza, di tutti questi traffici di cui non escludo l’esistenza di tutte le peggiori porcherie del sistema umano fino adesso non hanno per niente interferito con la mia attività”. Insomma per un generale dei carabinieri un processo può essere un problema conseguente alla politica…non ha il tempo a pensare a queste problematiche cioè al fatto che uno dei suoi quotidiani interlocutori rischia una condanna per mafia a 8 anni. E infine la solita solfa….”la mafia non esiste”. Come hanno detto altri suoi predecessori. Ecco perché il gesto di Bongiorno resta solo una rivoluzione, i tempi, quelli di ogni giorno, continuano a non cambiare, non li vogliono far cambiare, perché qui  a Trapani “la mafia la vogliono”

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