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Il mito fondativo della terra promessa

 

Toni  Jop ha iniziato il suo articolo  sull’Unità del 30 luglio scorso ponendosi questo interrogativo: <se il sionismo è una piaga,  Israele  cos’è, un tumore da estirpare? >  Per dedurne che criticando il sionismo si voglia negare il diritto ad esistere di Israele. La questione  è evidentemente mal posta: è come se, poniamo negli anni quaranta  dello scorso secolo, qualcuno avesse scritto o detto <se nazismo, fascismo, franchismo, salazarismo sono delle piaghe, Germania,  Italia, Spagna, Portogallo sono tumori da estirpare?> Ed avesse sostenuto che chi lottava contro i  loro regimi  aberranti volesse negare il diritto di quei paesi ad esistere.    Voglio stare però al suo gioco e rispondergli: no, Israele non è un tumore, ma uno stato gravemente malato, bisognoso di cure radicali perché guarisca  operando una totale trasformazione di sé. Ha un male che ha radici antiche, più antiche  della sua stessa nascita, che ne è rimasta segnata, e che ha fatto di Israele  un caso anomalo. Non mi riferisco alle modalità con  cui  è sorto. Tutti gli stati sono sorti con un atto di imperio e  con  grandi violenze, spesso consistite in lunghe e sanguinosissime guerre. Israele in questo non ha fatto eccezione. Mi riferisco al  suo mito fondativo, quello della terra promessa, quello di un destino divino che  la stirpe ebraica dovrebbe realizzare per l’appunto in Palestina. E’ il mito sionista. Questo sì che è un tumore da estirpare.

Germania, Italia, Spagna e Portogallo  sono guarite e sono oggi paesi democratici. I primi due a prezzo di un conflitto con milioni di morti e l’Italia, secondo una accreditata versione storiografica, anche a prezzo di  una guerra civile; gli altri due   senza guerre, ma per implosione dei propri regimi. Perché non potrebbe guarire Israele  allo stesso modo?

Non voglio affrontare  qui il tema dell’esito di un processo di trasformazione di Israele,se uno o due stati e con quali confini,  perché credo che competa   in primo luogo ai diretti interessati discuterlo e deciderlo. Mi preme sottolineare  invece che condizione essenziale per  uscire dagli  infingimenti ed avviare seriamente un processo di pace è  la radicale trasformazione di Israele da stato confessionale a stato di diritto, da stato che ha l’assoluto primato delle violazioni del diritto internazionale  a stato che entri finalmente  nella legalità  internazionale, da stato coloniale a stato che rispetti il diritto degli altri popoli. E divenga  così un paese effettivamente democratico, dal momento che la democrazia non è riducibile  al periodico ripetersi dei riti elettorali.

Questo, a mio avviso, è l’orizzonte che dovremmo porci quanti abbiamo a cuore la causa palestinese ed anche chiunque creda che la pace oltre ad essere un bene irrinunciabile è nello scacchiere mediorientale una necessità assoluta.

Detto in altri termini, bisognerebbe che a tutti i livelli, culturale, politico, della militanza attiva, ci si ponesse con urgenza il problema del superamento dell’<anomalia> israeliana,  che,   tollerata, quando non apertamente sostenuta,  dal consesso internazionale, vuoi per interessata  complicità, vuoi per ignavia,  è durata davvero troppo per non essere diventata un rischio incombente per la pace, oltre che essere  stata ed essere tuttora  un’ intollerabile oppressione per il popolo palestinese.

Vorrei concludere con una considerazione. Sopportare troppo a lungo le anomalie è   pericoloso, come dimostra l’odierna crisi in Italia dell’anomalia berlusconiana.   Anche le anomalie prima o poi hanno un termine; ma più a lungo sono durate più la loro fine è foriera di danni gravi che vanno ad aggiungersi a quelli prodotti in precedenza. Forse la politica a livello internazionale  dovrebbe tenerne conto e capire che l’anomalia israeliana non è oltre sopportabile.  Il momento di dire basta è arrivato.    Alla anomalia.

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